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GRATUITAMENTE AVETE RICEVUTO, GRATUITAMENTE DATE, (Mt 10,8b). Noi abbiamo solo il presente da vivere e in questo tempo ci giochiamo la nostra vita, la nostra eternità, il nostro destino (E. Olivero)
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martedì, novembre 18

La Bibbia del XXI° secolo



Chi ha notato la particolarità di questo cruciverba?
Ha uno stile foscoliano. Sono tutti sentimenti negativi, oggi vanno per la maggiore, oggi si esaspera tutti ed esasperiamo tutto, tutto è rabbia! Ma andiamo per ordine.

La rabbia mi fa chiudere in me stesso e mi rende Vodafone!
La rabbia mi fa vedere l’altro come un ostacolo alla propria libertà del “secondo me…è così!”
Vivere la vita come una pretesa!
L’altro è colui che mi castra nella mia personalità e dimentico che l’altro è un’opportunità, un dono.
Quindi …la rabbia è una passione inutile?
A volte ci pesa: perché facciamo brutta figura, si perde il controllo e si desidera di cancellare tutto, si desidera di cadere nell’angelismo.
Tutto si ferma ad un fatto morale!
La rabbia è una forza da incanalare verso la sua compagna di viaggio: SPERANZA.
(san Tommaso): perché mi aiuta a superare un ostacolo. Quindi vivo un movimento valutativo speculativo per migliorare la mia situazione (fattore speranza).
L’aggressività e la speranza se non sono uniti non abbiamo nessun progetto di vita, anzi siamo in uno stato vegetativo perché ci convinciamo (vedendo “oggettivamente” i fatti) che tanto non cambia nulla.
 
Se la rabbia è nascosta o congelata diventa un veleno per la mia persona e le mie relazioni. Ma perché ci arrabbiamo? Desideri e bisogni frustrati!
Che fare? Alleata e Maestra.
Sperare in qualcosa è prendere le distanze dal passato per volgersi al futuro (capacità di prendere le distanze da ciò che è capitato sulla mia pelle) e discernere le esigenze concrete della vita.
L’uomo che spera non perde la coscienza di sé e il senso della realtà; per poter sperare entrano in gioco i valori in cui uno crede; tutto questo mi aiuta a dare un senso alle emozioni che provo.
Non basta sapere cosa viviamo ma devo riconoscere verso che cosa ci muoviamo (capacità d’indirizzare il vissuto personale).
CONVERSIONE
Conversione degli affetti (è fattibile!) ma questo non vuol dire cambiare la personalità e il temperamento della persona.
La conversione affettiva mi porta ad essere maturo nelle relazioni, cioè non si trasformano in un esercizio di potere, in un ricatto affettivo. 

RELAZIONI SANE = MATURITA’ E SALUTE SPIRITUALE E PSICOLOGICA
Aiuto alla conversione affettiva!
Capace di:
PRUDENZA, VIGILANZA, RINUNCIA,
APERTURA, RISPETTO, FIDUCIA,
 ACCOGLIENZA, COMUNICATIVO, ONESTO, TRASPARENTE

e tutto mi porta ad una sana e matura relazione con DIO.

4 GRADINI
 
PRIMO PASSO: rifiuto della autocommiserazione (significa anche non continuare a guardare indietro, alle ingiustizie e alle ferite del passato, per piangersi addosso; per quanto sia un atteggiamento spontaneo e comprensibile, esso presenta tuttavia un costo altissimo perché assorbe la maggior parte delle energie psichiche, lasciando la persona prigioniera del proprio rancore, avvelenandosi).

SECONDO PASSO: trasformo il negativo in un’occasione!

TERZO PASSO: STOP al confronto con il desiderio di protestare su tutto e tutti, di predicare, di proclamare un’ingiuria, di regolare un conto in sospeso (la vendetta è piatto che si serve freddo), di rendere il mondo testimone di qualche difficoltà o patimento (che IO vivo). [Tutto questo è stato, per Virginia Woolf, il segreto di vita Shakespeare]

QUARTO PASSO: gratitudine. Lo scopo della vita cristiana non è semplicemente di “stare bene” (basta la salute! Sempre plausibile!), rischia di essere  una forma di egoismo. Le nostre risorse siano pienamente implicate in una relazione di cooperazione (altri - Dio).

Perché il cristiano non è chiamato a fare ciò che ritiene giusto ma a dipendere da Qualcuno che ti libera mostrando la verità di ciò che sei per diventare non un uomo di rabbia ma luogo di speranza per l’altro.

Perché Gesù, Amore Crocifisso Rifiutato, ha aperto la strada per Gerusalemme, per la vita piena, la pienezza di vita. 

Sì, la fede è virtù basilare, è sostanziale fondamento, sul quale si basa la speranza della beatitudine, che è piena di immortalità…via dunque ogni nube, ogni fantasia, ogni pensiero che non porta pace allo spirito, ma inquietudine e turbamento: quelle idee; quei pensieri non sono da Dio, ma del nemico di ogni pace e di ogni bene. Stiamo tranquilli, sereni e riposiamo dunque fidenti nella mano del Signore. (da lettera alla contessa Gallarati Scotti del 12-III-1940)




martedì, aprile 22

Vuoi essere sexy o imparare ad amare?

E' un tema gettonato, è la cosa più bella del mondo e crea enormi sofferenze e vere tragedie. Ma chiediamoci se vogliamo imparare ad amare, come s'impare a guidare. Ci teniamo?
Parliamo tanto di questo tema ma abbiamo il coraggio di confrontarci con le idee e gl'insegnamenti di Gesù e della Chiesa?
Anche la sessualità ha in Cristo una guida sicura.
L'uomo deve solo imparare ad affidarsi a Dio, imparare a pregare per avere la forza di Dio in noi. Imparare a ricevere la luce, che farà luce su ogni problema umano. Imparare a modellarsi. Cristo non è un modello d'ammirare ma è un modello da imitare.
Per fare questo l'uomo deve entarre in rapporto d'amicizia con Dio.
Il peccato sessuale consiste nel separare la sessualità dall'amore, questo impoverisce, abbruttisce la relazione. S'impara a non fare questa separazione con vigilanza e fermezza. 


Solo Cristo guarisce l'uomo, lo rafforza; è la luce vera dell'essereumano; la salvezza che non delude; è venuto per medicare le debolezze dell'uomo, per aiutarlo a districarsi nelle falsi luci, per dargli costanza nella lotta per comunicare passo passo al suo fianco.
La sessualità è un forza voluta da Dio per il bene dell'uomo, per la sua maturazione a una comunione profonda, per portare a termine un progetto di Dio. E' una forza accesa, voluta da Dio, consegnata all'uomo in un suo sapiente progetto di amore per l'uomo. Questa forza è un dono diverso dall'animale. L'uomo è facoltà di scegliere, dirigere, disciplinare l'istinto, utilizzare l'istinto per orientarlo all'amore. 
L'uomo che ama è una realtà di comunione con le cose, le persone, Dio. L'amore per l'uomo è un apprendimento a far comunione. La vita dell'uomo è un acmmino di comunione: prima i genitori, poi la famiglia, gli amici, la persona in particolare. Attraverso questo esercizio l'uomo matura verso la grande comunione con Dio, il suo destino supremo.
L'uomo è nato per amare ed essere amato. In quanti modi ama? cioè rende bella la vita? 
L'uomo vive l'amore: paterno, materno, filiale, d'amicizia, sponsale, coniugale. Se l'uomo non impara ad amare è impoverito nella sua essenza più profonda, è votato all'assurdo, alla tristezza, al nulla. E' una profanazione del progetto di Dio, perché l'amore è comunione, è relazione trinitaria, è Padre e Figlio e Spirito Santo, è Tre realtà in comunione d' Amore Infinito. 
Questo tema è facile sporcarlo e si tramuta in pornografia. La sessualità esce dalle mani di Dio e da nessuno deve essere imbrattata; è finalizzata alla promozione dell'uomo, alla sua realizzazione, alla sua completezza, alla sua elevazione: la sessualità è una cosa santa!
L'uomo è modellato sulla bellezza di Dio, il quale è il faro luminoso, che rischiara tutta la problematica umana. L'uomo è una creatura votata all'amore, è una scintilla di amore scoccata dal cuore di Dio.



 

lunedì, agosto 26

L’incontro dei bambini con la disabilità

“Spesso è così”, di Francesco Ormando, foto vincitrice del secondo premio alla prima edizione di “Sapete come mi trattano?”, concorso promosso dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap)
«L’incontro tra bambini e disabilità – scrive Lelio Bizzarri – è certamente molto delicato, ma è bene tenere presente che le difficoltà sono maggiori tanto più è minore la serenità che gli adulti hanno verso la disabilità». E anche le stesse persone con disabilità hanno la responsabilità di comunicare serenità e tranquillità rispetto alla propria condizione
Le reazioni dei bambini all’incontro con persone con disabilità è caratterizzato da curiosità, un po’ di sconcerto e… un grande imbarazzo da parte degli adulti.
Non di rado, infatti, càpita che i piccoli additino la persona disabile richiamando l’attenzione del genitore per chiedere spiegazioni o condividere qualcosa che per loro è al di fuori dell’ordinario. E quindi, a meno che non si pretenda che i bambini limitino da soli la loro spontanea propensione a manifestare le proprie emozioni (siano esse di paura, sconcerto o divertimento), è di fondamentale importanza il comportamento degli adulti (e quando dico adulti penso sia ai genitori non disabili, sia alle persone disabili oggetto dell’interesse del bambino). È necessario cioè saper accogliere queste manifestazioni senza censurarle e aiutare il bambino a elaborare le emozioni che le hanno determinate, dando le spiegazioni che sono richieste, anche quando esse necessitano l’affrontare aspetti brutti della vita quali le malattie.
È molto importante, inoltre, non solo fornire delle spiegazioni in merito alle cause, ma evidenziare al bambino che nonostante le sue difficoltà la persona con disabilità ha risorse per vivere come tutte le altre: con difficoltà e sofferenza sì, ma anche con tante soddisfazioni e gioie.
È evidente, per altro, che questo messaggio dev’essere veicolato sia dalle parole e da spiegazioni pazienti, sia da una mimica non verbale che comunichi positività e non tristezza, imbarazzo o disagio. Ciò include anche le spiegazioni (rassicurazioni) in merito al corpo della persona con disabilità e ai suoi ausili. È necessario, insomma, trovare un equilibrio grazie al quale il corpo della persona con disabilità e i suoi ausili non vengano considerati né un tabù, né oggetti di curiosità morbosa ed è necessario che il genitore trovi questo equilibrio affinché sia in grado di trasmetterlo ai figli.
La persona con disabilità che non si muove da sola e che ha bisogno dell’aiuto di altre persone può facilmente essere vista dal bambino come un “oggetto da manipolare” ed è per questo che sta al genitore (o ad altro adulto di riferimento, come ad esempio un insegnante o un educatore) accompagnare il bambino nell’approcciarsi alla persona con disabilità con rispetto, senza paura sì, ma anche senza atteggiamenti invadenti, derisori o manipolatori.
È ovvio che in tutto questo processo molto complesso, la persona con disabilità non è un oggetto passivo che attende le reazioni del bambino e l’intervento contenitivo del genitore. È fondamentale, infatti, che egli ricerchi con lo sguardo, la mimica e la comunicazione un’alleanza con l’adulto di riferimento del bambino nel momento dell’incontro. Ciò agevolerà la relazione tra bambino e persone con disabilità, senza paura né vergogna. Infatti, l’instaurarsi di una relazione, seppur di breve durata, è il modo più efficace per far comprendere al bambino (e direi anche al genitore) che la persona con disabilità, per quanto diversa, è in grado di interagire, che non ha nulla di brutto da nascondere e che la sua condizione è solo una delle tante possibili, una delle tante che il bambino, crescendo, incontrerà nella sua vita.
Purtroppo non sempre (anzi di rado) le cose si svolgono in questo modo ideale. Il più della volte, infatti, i genitori non danno alcuna spiegazione al bambino, limitandosi a intimargli di non indicare, non chiedere, non parlare, non guardare… con un disagio evidente che – seppur non intenzionalmente – fa sì che al bambino venga comunicato: «Quella che stai vedendo è una cosa così brutta, triste e spaventosa, che non se ne può parlare senza rimanere sconvolti o ferire qualcuno».
Altre volte, invece, càpita che i genitori, nell’incontrare una persona disabile, istintivamente, senza quasi rendersene conto, afferrino la mano del figlio o lo accarezzino o gli mettano una mano sulla testa, come a proteggerlo o consolarlo per quello che sta vedendo. Qui il messaggio che viene inviato a livello non verbale è: «Anche se quello che stai vedendo ti turba, non ti preoccupare, c’è qui papà/mamma». Solo che questo messaggio viene inviato prima che il bambino manifesti alcun segno di disagio: in questo caso il genitore, più che reagire protettivamente al disagio del bambino, lo sta in qualche modo inducendo.
Tutto questo detto senza alcun intento polemico o di giudizio, ma solo per incrementare il livello di consapevolezza rispetto a come alcuni stereotipi possano essere riprodotti e diffusi attraverso gesti inconsapevoli e non intenzionali.
D’altra parte possiamo affermare che l’incontro tra bambini e disabilità è molto delicato, ma è bene tenere presente che le difficoltà sono maggiori tanto più è minore la serenità che gli adulti hanno verso la disabilità e che i bambini, il più delle volte, superato lo stupore e l’ilarità iniziali, tendono a comportarsi in maniera del tutto naturale… a volte nonostante il comportamento impacciato degli adulti.
Per quanto riguarda infine le persone con disabilità, queste ultime hanno una duplice responsabilità nel comunicare serenità e tranquillità rispetto alla propria condizione: verso loro stessi e verso i bambini disabili che a loro volta incontreranno i loro coetanei normodotati. Infatti, tanto più saremo in grado di crescere bambini che non hanno paura della disabilità, tanto più i bambini portatori di handicap si sentiranno incoraggiati a socializzare e motivati a impegnarsi per crescere avendo piena partecipazione alla vita sociale: nello studio, nel lavoro (quando saranno grandi) e nel tempo libero.

Lelio Bizzarri: Psicologo, formatore per operatori del sociale, coordinatore per il Lazio della SIPAP (Società Italiana Psicologi Area Professionale Privata) e persona con disabilità motoria.  20 agosto 2013 


martedì, marzo 27

Educare

La tentazione di lasciar perdere tutto è sempre in agguato. Rinunciare ad educare equivale a perdere la propria libertà e la propria dignità, perché una persona anche nella miseria e nella fatica lancia un messaggio di riscatto interiore. E gli è dovuto. Educare sempre, allora, è nello stile della ferialità, della quotidianità. Accanto alle professioni riconosciute come educative (gli insegnanti e i docenti, gli educatori, i catechisti, ecc...) vi sono quelle innumerevoli figure semplici che sono educative per il messaggio e la testimonianza che offrono: pensiamo agli ammalati, ai nonni, agli anziani, ai disabili, ai detenuti. Sì anche questi ultimi perché essi chiedono di essere visti con occhi nuovi, non con il timbro di "uomo e donna sbagliati e condannati eternamente all'errore".

Educare al fianco, dunque, come scelta di compagnia, di mangiare al medesimo piatto e dissetarsi alla stessa fontana. Educare al fianco sapendo starci, senza pretendere di porsi davanti o mettersi dietro.
Stare al fianco è una delle modalità che ha caratterizzato la vita di Gesù di Nazareth: la famiglia sia questo Signore della vita e dell'amore che cammina al fianco delle altre famiglie. 
La sfida educativa non va vinta o subita come perdita, ma va amata perché là dove non c'è amore non c'è vita che possa sorgere e risorgere.

mercoledì, febbraio 8

venerdì, febbraio 3

LA VOCAZIONE: perché e come vivere?

 Per vita intendiamo “giornata tipo”.
Quando dico “vita” intendo riferirmi alle giornate quotidiane: la scuola o il lavoro; le amicizie e il divertimento; i vostri momenti strettamente religiosi nella vostra parrocchia. Cioè i soliti venti di tutti i giorni. Tra questi eventi ci si pone domande del tipo: che cosa farò poi, terminata la scuola? Ciò che sto facendo ha un senso? Queste domande un animale non se le pone, perché vive, ma non sa di vivere. L’uomo non solo le vive, ma sa di vivere. E soprattutto desidera vivere non una vita qualsiasi, ma una vita buona.
 Quando la vita è una buona vita?
La vita è una buona vita quando è vissuta realizzando lo scopo per cui esiste.
E siamo arrivati alla questione decisiva: quale è lo scopo per cui ciascuno  di noi esiste?
La risposta che oggi viene più potentemente diffusa è la seguente: lo scopo è quello che ciascuno decide che sia. In questo senso si parla di «autodeterminazione». Secondo questa visione, quando l’uomo progetta la propria vita – progetto di vita e scopo per cui vivere coincidono – si è consegnati esclusivamente a se stessi. Si è come inchiodati alla propria solitudine: ciascuno vive per se stesso, direbbe S. Paolo. Questa risposta se viene fatta propria è una vera e propria devastazione della vostra umanità.
Perché? Dove sta il pericolo?
Prova a riflettere un momento. A tuo giudizio, la vita di Hitler ha la stessa qualità della vita di Madre Teresa? Eppure ambedue hanno realizzato quel progetto di vita che ciascuno dei due si era dato. E se, come sono sicuro, nessuno compie quell’equiparazione, è perché non sono necessari tanti ragionamenti per capire che il valore della vita non dipende esclusivamente dalla realizzazione del progetto che ciascuno si propone. Ma dipende dalla qualità del progetto stesso.
Quindi?
Se il progetto che dai alla tua vita non è buono, costruita la vita essa crolla nel non senso. Alla fine ti trovi in mano niente. Non è dunque solo un fatto di autodeterminazione.
 Allora chi è l’autore di un progetto buono della propria?
Nessuno di noi è venuto all’esistenza per sua decisione. La vita che vivi non è frutto di una tua decisione: nessuno ti ha chiesto il permesso di farti esistere.
Ma allora sono frutto del caso? Sei il risultato cioè casuale di fattori impersonali?
In questo momento ognuno pensa ai propri genitori. In realtà essi non sono la spiegazione ultima del fatto che TU esisti. Non volevano TE: volevano un bambino/a. Posero le condizioni perché venisse all’esistenza una nuova persona umana, loro figlio. Ma CHI fosse non lo decisero, né poterono deciderlo.
CHI mi ha voluto? e PERCHÉ mi ha voluto chi mi ha voluto?
A questo punto possiamo ascoltare due grandi voci bibliche:
“Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto,
prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;
ti ho stabilito profeta delle nazioni”. Ger 1,5;
“Ma quando Dio, che mi scelse fin
dal seno di mia madre e
mi chiamò con la sua grazia, si compiacque”. Gal 1,15.

La ragione del tuo esserci è che Dio medesimo ti ha pensato, ti ha voluto. In una parola: ti ha creato. Poiché Egli agisce sempre con sapienza, ti ha voluto avendo su di te un progetto. Dunque, il progetto della vita non deve essere inventato, ma più semplicemente scoperto. Questa è la vera chiave che apre la porta della felicità: vivere secondo questo progetto. «E perché affannarsi tanto, quando è così semplice obbedire?» [P. Claudel, L’annuncio a Maria].
È Dio che sceglie la persona umana e non la persona umana che sceglie Dio.
Per concludere…
Una certezza: nessuno di noi esiste per caso. Ciascuno dica nel suo cuore: “Dio ha su di me un progetto. Non posso, non devo deluderlo”. In altri termini: ciascuno è stato chiamato; è una vocazione. E’ questa consapevolezza verso Dio che la mia vita, capiti qualunque cosa, ha un senso; merita di essere vissuta; è qualcosa di grande e di bello agli occhi del Signore. (Se vuoi)


lunedì, gennaio 16

I due vasi

Un'anziana donna cinese aveva due grandi vasi, ciascuno sospeso all'estremità di un palo che lei portava sulle spalle.

Uno dei vasi aveva una crepa, mentre l'altro era perfetto, ed era sempre pieno d'acqua alla fine della lunga camminata dal ruscello a casa, mentre quello crepato arrivava mezzo vuoto.

Per due anni interi andò avanti così, con la donna che portava a casa solo un vaso e mezzo d'acqua.

Naturalmente, il vaso perfetto era orgoglioso dei propri risultati, ma il povero vaso crepato si vergognava del proprio difetto, ed era avvilito di saper fare solo la metà di ciò quindi era stato fatto.  Dopo due anni che si rendeva conto del proprio amaro fallimento, un giorno parlò alla donna lungo il cammino: <<Mi vergogno di me stesso, perché questa crepa nel mio fianco fa sì che l’acqua fuoriesca lungo tutta la strada verso la vostra casa>>.

La vecchia sorrise: <<Ti sei accorto che ci sono dei fiori dalla tua parte del sentiero, ma non dalla parte dell' altro vaso? È perché io ho Sempre saputo del tuo difetto, perciò ho piantato semi di fiori dal tuo lato del sentiero ed ogni giorno, mentre tornavamo, tu li innaffiavi. Per due anni ho potuto raccogliere quei bei fiori per decorare la tavola. Se tu non fossi stato come sei, non avrei avuto quelle bellezze per ingentilire la casa>>.

Ognuno di noi ha il proprio specifico difetto. Ma sono la crepa e il difetto che ognuno ha, a far sì che la nostra convivenza sia interessante e gratificante. Bisogna prendere ciascuno per quello che è e vedere ciò che c'è di buono in lui. Perciò, miei "difettosi" amici, buona giornata e ricordatevi di annusare i fiori dal vostro lato difettoso del sentiero.

L’annuncio cristiano della Sessualità

La Chiesa è angosciata dalla sessualità?

La Chiesa ha sempre prestato molta attenzione alla sessualità umana, fino al punto di essere giudicata sessuofoba, angosciata dalla sessualità. Essa ha sempre percepito l’importanza di questa realtà perché è proprio sulla sessualità che si gioca la nostra esistenza umana e cristiana.

Ma la società dice della Chiesa il contrario?

La cultura laica, radical-borghese e capitalista vede l’uomo soltanto nel suo aspetto individuale, sensitivo, essenzialmente polarizzato al piacere e ad una certa libertà che spesso deborda nel libertinaggio. Di fronte a un uomo intento a cercare solo e sempre la fuga dalla fatica, dal dolore e dalla disciplina, per vivere in una situazione di piacere e di soddisfacimento individuale, è necessario proclamare che questa non è una vita di liberazione. La Chiesa cerca di dare una risposta fondata e fondante con la Sacra Scrittura.

Infatti…

Per la società suddetta la fedeltà e l’indissolubilità del matrimonio sono considerate impossibili; alcuni addirittura non le considerano dei valori, ma dei disvalori. La castità matrimoniale da molti non è conosciuta neppure nel suo significato teorico.

Per la Chiesa quali sono gli elementi fondamentali della sessualità?

La sessualità, nel progetto di Dio, è certamente una meraviglia, ma se questa meravigliosa realtà va capita, conosciuta.
Il primo elemento da tenere presente quando si dice corpo è di percepirlo strettamente legato allo spazio.
Se conosciamo bene il nostro corpo, lo vediamo come uno spazio in cui ci sono simmetrie e asimmetrie: abbiamo certi organi doppi (occhi, orecchi, polmoni, reni...); abbiamo certi organi semplici che si raddoppiano (le narici del naso...) e abbiamo un organo che è la metà degli organi necessari al suo funzionamento: l’organo genitale. Le cellule sessuali, spermatozoi e ovuli, hanno solo la metà del numero formato dei cromosomi.

Quindi…

C’è in noi un’esigenza di completamento con un partner che è iscritta in tutto il nostro corpo, ed è a partire dal nostro corpo che dobbiamo comprendere il senso dell’altro; c’è in noi una mancanza che diventa appello ad un altro per poter arrivare, per esempio, al funzionamento sessuale e alla procreazione. Tutto questo è iscritto profondamente nella nostra carne.

È solo l’organo genitale che dice il nostro essere maschio o femmina?

No, nel corpo ci sono anche caratteristiche sessuali secondarie, importanti e significative. Ne citiamo una per tutte: la voce. La nostra voce, che porta la parola con tutti i suoi contenuti all’altro, porta profondamente impresso il segno della nostra sessualità. Tutto il nostro corpo è marcato dalla sessualità. La sessualità non è casuale, non riguarda soltanto i nostri organi genitali, non è localizzata in una parte del nostro corpo: noi siamo totalmente sessuati in ogni parte del nostro essere fin dal primo momento della nostra esistenza. La sessualità non è localizzabile soltanto negli organi sessuali o in una parte del nostro corpo. Già la prima cellula, a partire dalla quale è programmato il nostro corpo, contiene significativamente la metà dei cromosomi ricevuti dal padre e l’altra metà ricevuta dalla madre. Tutto il nostro corpo è segnato radicalmente da questo patrimonio genetico che attraverso il padre e la madre ci lega a tutta la storia umana che ci ha preceduti. Tutto il nostro corpo è segnato dalla sessualità: il fisico, la psiche, l’intelligenza, l’affettività, la capacità relazionale con gli altri.
Il secondo elemento è il tempo. Nel corpo ci sono dei ritmi: la respirazione, il sonno; c’è l’infanzia, la vecchiaia, il momento della morte. Tutto il nostro corpo è segnato dal tempo, la nostra sessualità è segnata dal tempo.

Infatti…

L’uomo nasce come il più indifeso degli animali.
L’uomo ha bisogno di molto tempo per crescere fisicamente, psicologicamente, affettivamente.
A differenza degli animali, noi abbiamo acquisizioni non automatiche: sono acquisizioni che vanno scoperte con fatica e con l’aiuto degli altri. E, a differenza degli animali, nell’uomo può esserci un deterioramento o un blocco a uno stadio incompleto di questo sviluppo. Anche nello sviluppo dell’istinto sessuale c’è una differenza fondamentale tra l’animale e l’uomo.

Ma anche per l’uomo la sessualità è qualcosa di meccanico?

Mentre nell’animale l’istinto sessuale non ha bisogno di educazione o di apprendistato, nell’uomo la pubertà fisica precede di molti anni la pubertà psicologica ed affettiva.
La sessualità umana ha bisogno di essere umanizzata.
Fisicamente l’incontro sessuale è possibile anche tra adolescenti e da questo atto può anche nascere un figlio. Ma quale sarebbe il valore di questo incontro quando la pubertà psicologica e affettiva è ancora lontana lunghi anni? Fare l’amore senza coscienza e responsabilità è fisicamente possibile, ma è insignificante e banale, forse soltanto animale.

Ci sono altri elementi importanti?

Oltre alle dimensioni dello spazio e del tempo, c’è anche la dimensione sociale, perché il corpo è segnato dalla relazione con l’ambiente che lo circonda.
L’uomo non può esistere senza avere la coscienza sensibile di ciò che lo circonda.
Proprio l’esercizio dei sensi ci permette di esistere, di collocarci tra gli altri e tra le cose. Le funzioni nutritive servono proprio a questo. Il fatto che noi mangiamo degli elementi che vengono dal mondo vegetale e animale ci fa capire che facciamo parte del mondo creato e dipendiamo da esso. E noi uomini non mangiamo come gli animali per sopravvivere, ma sentiamo l’esigenza di mangiare insieme e di vivere una realtà che va oltre il riempire lo stomaco. Il pasto ha sempre avuto qualcosa di trascendente e di religioso. Cristo stesso ha posto il centro e il culmine della sua religione nell’incontro tra Dio e l’uomo durante un pasto: la cena eucaristica.

Che differenza c’è ancora tra l’uomo e l’animale?

Per quanto riguarda l’aspetto sociale della sessualità, notiamo che la sessualità animale è in ordine alla fecondità e alla sopravvivenza della specie. Significativamente essa viene esercitata solo nei periodi di fecondità. La sessualità umana invece, pur avendo lo scopo della riproduzione, ha anche e soprattutto un orientamento verso l’incontro, verso la relazione, verso un linguaggio interpersonale. Il rapporto sessuale umano non è legato alle stagioni, ai mesi, ai periodi di fecondità, ma può avvenire in ogni momento e questo è segno che la sessualità umana non è solo procreativa, ma prima di tutto relazionale. Ciascuno nasce, vive, parla, ama, muore come uomo o come donna, e nessuno può pretendere di rappresentare in sé l’umanità intera.

Essere immagine di Dio vuol dire alterità, cosa significa?

Essere a immagine di Dio significa essere fatti per la relazione, significa che l’uomo è capace di relazione, di incontro con l’altro: questa è l’immagine di Dio.
L’uomo e la donna sperimentano la loro differenza. C’è in noi un’universale resistenza ad accettare che l’incontro autentico avvenga nella "alterità", nella "diversità", ossia lasciando, volendo e desiderando che l’altro resti se stesso, senza tentare di omogeneizzarlo a noi. Questo problema non si presenta solo nel rapporto maschio e femmina, ma in tutti i rapporti con gli altri. Tutti devono essere a immagine di Dio e nessuno dev’essere a nostra immagine se non in quanto, eventualmente, siamo a immagine di Dio. Forse non guariremo mai definitivamente dal desiderio che l’altro sia a nostra immagine.

Perché l’alterità è un problema?

Perché vuol dire accettare l’altro come diverso, amarlo come diverso, desiderare e volere con tutte le nostre forze che rimanga diverso. E questo a partire proprio dalla relazione tra uomini e donne: quello è il primo luogo in cui si manifesta la nostra diversità.
La donna non è il complemento dell’uomo, e l’uomo non è il complemento della donna. L’uomo e la donna sono destinati l’uno all’altro, l’uno per l’altro, ma in una differenza che deve restare, l’alterità, e che va vissuta come una provocazione e una prova. È una crisi, ma una crisi attraverso la quale si matura e si crea l’incontro. Questa considearzione ci ricorda che la coscienza umana deve essere una coscienza sessuata, cioè diversa e complementare, sovente conflittuale, e quindi, in definitiva, la giusta valutazione morale dev’essere frutto del dialogo e dell’apporto dell’uomo e della donna.
Ognuno è per l’altro come un masso di marmo e rispettivamente uno scultore di esso. Per trarre un’opera d’arte da una pietra informe ci vuole un progetto chiaro in testa e molto lavoro faticoso. Lo scopo finale non è creare l’altro a mia immagine e somiglianza, ma a immagine e somiglianza di Dio.

Ma allora il desiderio non è solo fonte di piacere?

Il desiderio ci chiama fuori da noi stessi, quindi ci chiama all’estasi, a uscire da noi per un incontro: questo è scritto in noi in profondità, nella nostra natura. Ma a questo punto si presenta un problema di primaria importanza: noi possiamo raggiungere l’altro come oggetto o come soggetto, come cosa o come persona. Nel primo caso abbiamo l’egoismo, nel secondo l’amore. Il desiderio va umanizzato, educato, sanato dall’egoismo. Diversamente è distruttivo di noi e degli altri. Solo l’amore edifica (1Cor 8,2). Unità e differenza nella coppia possono trovare il loro giusto equilibrio solo nell’amore. Ciò vale anche per tutte le altre forme di relazione con il prossimo. Alla base di ogni convivenza umana e cristiana sta il comandamento dell’amore: "Ama il prossimo tuo come te stesso" (Lv 19,18; Mc 12,31).

Quando è amore vero?

Va ricordato inoltre che l’amore non attenua le differenze. L’amore vero nasce quando le differenze sono accettate nella meravigliosa possibilità del dare e del ricevere: dare ciò che si ha, ricevere ciò che non si ha. L’amore vero esiste quando una relazione è creatrice. Una relazione per essere creatrice ha bisogno di essere reciproca, accettando l’altro con i suoi limiti che mi danno la possibilità di donargli ciò che non ha. Chi vuole che gli altri siano simili a lui, li vuole mangiare, li vuole divorare, li vuole "assimilare". Certe persone che vogliono fare tanto bene agli altri, talvolta, in realtà hanno una voracità insaziabile che vuole mangiare tutti, assimilare tutti. L’amore nasce dalla libertà e dal rispetto totale dell’altro; senza libertà e rispetto non c’è amore, ma possesso e dominio: c’è egoismo che "cosifica" l’altro. L’amore invece è vivere in un altro e per un altro, per portare l’altro al Totalmente Altro.

sabato, dicembre 31

venerdì, dicembre 30