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GRATUITAMENTE AVETE RICEVUTO, GRATUITAMENTE DATE, (Mt 10,8b). Noi abbiamo solo il presente da vivere e in questo tempo ci giochiamo la nostra vita, la nostra eternità, il nostro destino (E. Olivero)
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lunedì, dicembre 8

Immacolata Concezione


Madonna di Loudes
L’Avvento ci sveglia dal ripiegamento su noi stessi e ci apre alla contemplazione di ciò che Dio è capace di fare per noi. Trattandosi non di favole ma di fatti, la Chiesa ci invita oggi a contemplare ciò che Dio ha operato in Maria. Il concepimento immacolato di Maria inaugura, dopo il dramma del peccato, il tempo della grazia; l’umanità peccatrice riprende il cammino non più sotto il segno di Adamo, ma sotto il segno di Gesù. L’umanità, tentata di fare senza Dio, se non addirittura contro Dio, risponde il Signore con una promessa: la misericordia sovrabbonda dove ha abbondato il peccato! Anche noi, come Maria, siamo scelti per essere santi e immacolati nell’amore. La vita, calpestata e frantumata in Adamo, viene riabilitata e redenta in Gesù. Col suo “sì” Maria ribalta le logiche dell’autonomia da Dio. Il “sì” di Maria, lungi dall’impoverirla, l’arricchisce rendendola “piena di grazia”!
Annunciazione, Beato Angelico

Da uno scritto di don Orione (Bollettino della Madonna della Guardia, 15-02-1934): « Onoriamo dunque Maria con la preghiera, col diffonderne il culto, con divozione tenerissima e con imitarne le virtù. Perfezioniamo la nostra anima con opere di fede e amore a Dio e ai fratelli. Onoriamo Maria, deponendo l’orgoglio, e vivendo in umiltà grande: Maria fu tanto umile! (…) Onoriamo Maria! e stacchiamo il nostro cuore dai beni di questa misera terra, ché, quaggiù, ogni cosa è vanità, e le ricchezze caduche e il fumo degli onori e le voglie dei sensi: tutto è disinganno! Amiamo la beata e spirituale povertà, tanto cara alla Madonna, leviamo alto lo spirito alle cose invisibili, e corriamo là dov’è gaudio sempiterno! Onoriamo Maria! Invochiamola, supplichiamola di infonderci un po’ della sua immacolata purezza e di purificarci: di darci la mano e di condurci: di darci la semplicità dal cuore puro, che vede Dio, che intende a Dio: ci dia la Santa Madonna l’amore di Gesù sopra ogni cosa, e forza di volontà per camminare con Cristo! Onoriamo e amiamo Maria! amiamola da figli, dolcissimamente, e amiamola tanto! Domani, in cielo, ci uniremo agli Angeli e con Maria onoreremo e ameremo eternamente Dio!».
Immacolata Concezione, Tiepolo
La risposta di Maria è liberante, non una sottomissione remissiva, è un sì libero e creativo. E' stata scelta così com'è, Dio sceglie anche noi così come siamo. Attraverso la nostra piccola fede, la nostra limitata docilità e la non sempre piena obbedienza e soprattutto attraverso la nostra umanità, costruisce la sua storia di Salvezza.
Immacolata Concezione, Vanni il Grande

martedì, aprile 22

Don Orione e i giovani

La pastorale giovanile-vocazionale deve aiutare e valorizzare, unificare tutte le esperienze, le intelligenze, i cuori verso Dio e i beni della vita. Tutto questo lo varemo a cuore, sarà una nostra priorità se saremo in sintonia con Gesù.
L'icona del Buon Samaritano, chino sui bisogni dei poveri, rappresenta l'uomo di spiccata personalità. Di fronte ai problemi del suo tempo, sa offrire risposte adeguate.
Ecco alcuni punti del carisma orionino:
DIO SOLO: don Orione era un vero uomo di preghiera, dopo una giornata di servizio, passava la notte davanti al Santissimo. La passione per Cristo porta ad una spinta interiore di un altruismo senza riserve. 
CROCE: icona dell'amore di Dio per noi; è la chiave che ci fa capire la vita di tanti santi. Don Orione vede l'albero dal quale sorge questa nuova vita; questo perchè si sente amato da Dio e tutta la sua vita diventa riflesso di questo amore. 
FIDUCIA NELLA DIVINA PROVVIDENZA: per don Orione la fede è il motore della storia. Le rivendicazioni sociali devono nascere dalla fede in Dio e nel suo amore. Però non c'è fatalismo, sa che Dio si serve del nostro lavoro per realizzare la sua opera nel mondo. 
DEVOZIONE A MARIA: amore da far accendere nei cuori delle persone che incontra.
AMORE ALLA CHIESA: don Orione vive in un momento storico in cui la Chiesa vive molte avversioni. Egli vive un amore incondizionato verso la Chiesa e il Papa. Don Orione sa che la pietra angolare di tutto l'universo è Cristo; e sa che Cristo si fa presente realmente nella Chiesa e nel Papa.
CARITA': l'amore che lo unisce a Dio, lo unisceagli uomini. Non c'è dolore che non trovi posto nel suo cuore, modellato ad immagine di quello di Gesù. Le opere di misericordia diventano il pulpito per disporre ed aprire le persone ad accogliere il Vangelo. 
SPIRITO DI FAMIGLIA: voleva formare una vera famiglia, con lo spirito paterno/familiare, fondato sulla partecipazione, persuasione, l'esempio.
GIOIA: la perfetta letizia avviene solo nella dedizione di sè a Dio e agli uomini. Questa gioia porta ad una grande creatività, però sempre in una vita semplice (umiltà), che consiste in una disponibilità al servizio (lavoro e fede).

LO STILE EDUCATIVO

Don Orione parte dallo stile di don Bosco: "sistemacristiano-paterno":

 
  1. Ragione e Religione: base per una visione di una vita cristiana e una formazione di personalità integrate.
  2. Formare Cristo nel cuore dei giovani: educarli ad una visoone critica degli avvenimenti umani.
  3. Clima di famiglia.
  4. Retto uso del tempo libero.
  5. Stimolo alla virtù, alla morale: amore alla croce, a Dio, al prossimo, alla Patria, alla Chiesa.
  6. Iniziazione alla vita liturgica, alla preghiera, alla partecipazione ai Sacramenti. Una vera pietà, un'adesione profonda a Dio, una coerenza di vita pratica.
  7. Adesione ai valori del popolo, nelle sue tradizioni, nelle sue espressioni culturali.
  8. Condotta imparziale, insieme al rispetto per la personalità dei giovani.
  9. Dudattica snella.
  10. Disciplina. Tenere alto il clima formativo, cioè uno sviluppo delle capacità dello studente, una valorizzazione delle potenzialità degli educatori.
  11. Offerta di concrete opportunità, che favoriscono adesioni ai valori proposti. Altrimenti un'informazione , un aiuto per un inserimento in una struttura più idonea.
  12. Preghiera per i giovani e Benedizione di Dio quotidianamente sul proprio lavoro.
  13. Osservazione, studio, accompagnamento costante, per:
    1.  scoprire e sviluppare le qualità e la buona disposizione,
    2. correggere i difetti,
    3. ridurre i rischiami e i rimproveri al minimo indispensabile, manifestando sempre atteggiamenti di bontà, comprensione, dialogo. Basati sull'esperienza, la ragione e la religione.

giovedì, ottobre 31

Ignazio Silone

ANNIBALE MARIA DI FRANCIA E LUIGI ORIONE

«Mi accorsi che i suoi occhi erano lucidi di lacrime...»


«...Non mi era capitato di incontrare una persona adulta che si aprisse così sinceramente e semplicemente con un ragazzo». La trascrizione della testimonianza di Ignazio Silone al processo di beatificazione di don Orione


di Ignazio Silone
Ignazio Silone. Lo scrittore conobbe don Orione nel 1916, quando, orfano, scampato al terremoto della Marsica, venne accolto in uno dei collegi di don Orione. Nel suo libro <I>Uscita di sicurezza</> lo scrittore dedica un capitolo al viaggio verso il collegio accompagnato dal sacerdote che venne personalmente a prenderlo
Ignazio Silone. Lo scrittore conobbe don Orione nel 1916, quando, orfano, scampato al terremoto della Marsica, venne accolto in uno dei collegi di don Orione. Nel suo libro Uscita di sicurezza lo scrittore dedica un capitolo al viaggio verso il collegio accompagnato dal sacerdote che venne personalmente a prenderlo
Lo conobbi nel 1916Lo vidi fuggevolmente dopo il terremoto della Marsica, nel 1915Ricordo, per essere stato presente, che don Orione aveva raccolto un gruppo di bambini scampati al disastro e privi di famiglia. Don Orione era in attesa di poterli trasportare a Roma, ma la linea ferroviaria era interrotta e per giungere alla prima stazione bisognava percorrere ancora una quarantina di chilometri. Sul luogo si trovava già il re con le autorità del seguito e le loro macchine erano ferme. Don Orione cominciò a far salire i bambini su alcune macchine, per raggiungere la stazione. I carabinieri di guardia si opponevano, ma don Orione sembrava non badare e continuava nelle sue operazioni di carico. Frattanto giungeva il re con il suo seguito per riprendere posto sulle macchine. Don Orione si presentò rispettosamente a lui e gli espose il motivo per cui faceva salire sulle macchine i piccoli orfani. Il re accolse il desiderio di don Orione e diede il suo consenso al trasporto dei piccoli orfani. Don Orione salì con essi sul primo treno e li accompagnò a Roma alla Casa di Sant’Anna dei Palafrenieri.
Solo nel 1916, come ho riferito, posso dire di aver conosciuto don Orione. In quell’anno, per terminare gli studi ginnasiali, ero stato messo in un collegio diretto da zelanti religiosi. Un po’ prima di Natale, senza alcun motivo plausibile, fuggii dal collegio. Me ne andai senza rendermi conto di quello che facevo e senza alcuna meta, semplicemente perché, ad un certo momento, vidi il cancello del cortile spalancato. Avevo poche lire in tasca e, naturalmente, senza bagaglio. Presi alloggio in una soffitta di un piccolo albergo, vicino alla stazione. Vi rimasi tre giorni e passai il tempo a vedere arrivare e partire i treni. Intanto la mia assenza dal collegio fu segnalata alla questura e il terzo giorno fui prelevato da un poliziotto e ricondotto in collegio, in attesa di una risposta di mia nonna, cui spettava, in qualità di tutore, di decidere del mio avvenire. La risposta della nonna non tardò molto e mi portò la notizia che un certo don Orione era disposto a prendermi in un suo collegio. Era stato fissato l’incontro, tramite il mio direttore, alla stazione centrale di Roma, ove, al giorno e al punto stabilito, trovai un prete sconosciuto, non quello da me visto l’anno prima tra le macerie del mio paese ed io pensai che don Orione fosse stato impedito di venire. Egli si caricò le mie valigie e fagotti e prendemmo il treno. Dovendo viaggiare tutta la notte, a un certo punto, mi chiese se avessi portato con me qualcosa da leggere e se desideravo un giornale e quale. L’Avanti, io risposi. Era difficile immaginare una richiesta più impertinente da parte di un collegiale. Ma, senza scomporsi, quel prete scese dal treno e poco dopo riapparve e mi porse il giornale. «Ma perché» gli chiesi «don Orione non è venuto?». «Sono io, don Orione!» egli mi disse. «Scusami se non mi sono presentato». Rimasi assai male a quella inattesa rivelazione. Nascosi subito il giornale e balbettai alcune scuse per la mia presunzione di poc’anzi e per avergli lasciato portare le valigie. Egli sorrise e mi confidò la sua felicità di poter talvolta portare le valigie. Adoperò anzi un’immagine che mi piacque enormemente e mi commosse: «Portare le valigie come un asinello» e mi confessò: «La mia vocazione – è un segreto che voglio rivelarti – sarebbe poter vivere come un autentico asino di Dio, come un autentico asino della Divina Provvidenza».
Così ebbe inizio tra noi un dialogo che, salvo qualche breve pausa, durò l’intera notte. Don Orione, benché prima di allora non ci fossimo mai incontrati, parlava con una semplicità, una naturalezza, con una confidenza, di cui non avevo ancora conosciuta l’eguale. Solo a sera, quando fu lasciata accesa una sola lampadina, i tratti di don Orione riacquistarono una somiglianza con quelli da me visti l’anno prima al mio paese. Glielo dissi, gli ricordai la circostanza delle automobili reali. Egli mi raccontò le sue faticose peripezie di quelle giornate; mi raccontò di aver impiegato ventisette giorni per percorrere l’intera contrada devastata, durante i quali non era mai andato a letto e non aveva conosciuta una notte intera di riposo, ma solo qualche ora su giacigli improvvisati, senza togliere le scarpe dai piedi per non rischiare il congelamento. Appena aveva raggiunto un certo numero di orfani o di ragazzi abbandonati egli li trasportava a Roma e poi tornava immediatamente sui luoghi del disastro per salvarne altri. Mi raccontava della sua misera e stentata origine: suo padre esercitava un umile mestiere, quello di selciatore di strade ed egli da ragazzo lo aveva spesso aiutato nell’ingrato mestiere. Anche quando, più tardi, egli era stato accettato nel seminario diocesano, per usufruire dell’alloggio gratuito, aveva dovuto disimpegnare le funzioni di chierico nella cattedrale. Mi raccontò vari episodi commoventi della sua adolescenza. Ricordò, tra l’altro, il primo viaggio a Roma per vedere il Papa, col semplice viatico di una pagnotta casalinga, e di cinque lire.
Sentivo un piacere infinito a udirlo parlare in quel modo: provavo una pace e una serenità nuova. Ciò che mi è rimasto impresso era la pacata tenerezza del suo sguardo. La luce dei suoi occhi aveva la bontà di chi nella vita ha pazientemente sofferto ogni sorta di triboli e perciò sa le pene più segrete. In certi momenti avevo l’impressione proprio che egli vedesse in me più distintamente di me, che egli vedesse anche nel mio avvenire. «Vorrei dirti qualche cosa che non dovresti dimenticare» a un certo momento egli mi confidò. «Ricordati di questo: Dio non è solo in chiesa. Nell’avvenire non ti mancheranno momenti di cupa disperazione. Anche se ti crederai solo e abbandonato, non lo sarai. Ricordati di questo!». Mi accorsi che i suoi occhi erano lucidi di lacrime. Non mi era mai capitato di incontrare una persona adulta che si aprisse così sinceramente e semplicemente con un ragazzo.

Don Orione con il vescovo di Avezzano, monsignor Bagnoli, e alcuni orfani sopravvissuti al terremoto marsicano, a Roma nel 1915
Don Orione con il vescovo di Avezzano, monsignor Bagnoli, e alcuni orfani sopravvissuti al terremoto marsicano, a Roma nel 1915
Arrivammo a Sanremo verso mezzogiorno. La sera, nel momento in cui don Orione dovette ripartire, udii che egli incaricava qualcuno di cercarmi, perché voleva salutarmi, ma io mi nascosi. Non volli che egli mi vedesse piangere. Pochi giorni dopo, la mattina di Natale, ricevetti la sua prima lettera, una lunga, affettuosa, straordinaria lettera di dodici pagine. Don Orione mi raccontò, in uno dei viaggi fatti insieme, di essere arrivato ad Avezzano una sera del 19 settembre, uno o due anni dopo il terremoto, e l’indomani mattina uscì per andare a dire messa. Terminata la messa, giunse un messo, che lo invitò immediatamente dal vescovo. Il vescovo gli chiese se era lui che aveva portato la bandiera, posta sul Patronato. Don Orione assicurò di non averla portata lui. Ma il vescovo subito gli ingiunse di non recarsi mai più nella diocesi dei Marsi fino a che lui vivesse. Don Orione lo raccontava con tranquillità, ma con tristezza.
Avevo circa vent’anni e facevo il giornalista in un periodico molto avversato e quindi vivevo miseramente, alla insaputa di tutti. Il giorno di Natale andai in una trattoria, cercando di stare in una cifra modestissima, ma alla fine il conto superò la cifra in mio possesso. L’oste volle il mio consunto impermeabile come pegno per il resto della somma. Pioveva. Uscito, ricordai che pochi giorni prima avevo visto don Orione passare in carrozzella. Decisi di recarmi a cercarlo a Sant’Anna, sperando di trovarlo. Il portiere, pur assicurandomi della di lui presenza, non voleva farmi entrare. Insistetti e mentre confabulavo con il portiere, don Orione scese e dopo avermi salutato ficcò una mano in tasca e poi mise in mano a me una somma di poco superiore a quanto dovevo pagare. Cosa singolare il gesto di don Orione, al quale fino a quel giorno mai avevo chiesto denaro. In un viaggio da Cuneo a Reggio Calabria, in cui gli fui compagno, don Orione voleva fermarsi a Roma, perché privo di denaro per proseguire. Ma alla stazione di Roma un signore gli si avvicinò e gli consegnò una busta. Don Orione, dopo aver ringraziato, esclamò: «Adesso possiamo proseguire». Impressionava il suo modo di credere in Dio, più presente delle cose reali, e la carità che permetteva il contatto con gli interlocutori, dei quali, in certi casi, prevedeva l’avvenire.
Detto questo, e prima ancora che lo si interrogasse sugli articoli, il teste dichiarò: «Ho detto tutto quello che so di don Orione e non avrei altro da aggiungere». 

Ignazio Silone

Roma, 10 novembre 1964 (rivista: 30 giorni)

lunedì, settembre 30

Croce di Gesù


La croce non è quella che avresti pensato e non arriva al momento giusto. La croce è sempre irriconoscibile, inattesa, sorprendente, sconvolgente, giunge regolarmente a sproposito, non è nemmeno quella che avresti scelto tu se te ne fosse stata offerta la possibilità. La croce non è mal quella giusta, ti sembra non sia la tua, non ti vada bene, ci sia stato un errore di consegna. La croce non è amabile, Gesù non ti comanda di amarla, Lui stesso non ha amato la croce, ha amato gli uomini fino alla croce e attraverso la croce, che è tutt’altra cosa.. L'infermità non va amata in sé, devi piuttosto amare la vita, amare l’amore.. Diffida di un certo dolorismo compiaciuto ed esasperato, guardati da un certo vittimismo ambiguo, la croce va accolta nell' amore, portata con amore, deve diventare espressione d'amore, tradursi in esperienza d’amore. Gesù non ti chiederà se la hai amato croce, ma se la croce ti ha condotto ad amare di più Lui, a capire e compatire i fratelli, a riconciliarti con te stesso e con i tuoi limiti. (San Luigi Orione)


venerdì, settembre 27

Don Orione e la Croce

La Quaresima è un forte invito a contemplare il Crocifisso Risorto, il quale è la speranza dei cristiani, speranza di cui hanno bisogno tutti gli uomini. La Chiesa esorta a non distogliere gli occhi da Lui perché la nostra vita respiri della Sua Presenza, Forza.
Il Crocefisso c'insegna ad adorare Gesù nei nostri cuori e dare al mondo ragione della Speranza che è in noi, perché "i nostri Vangeli sono racconti della Passione con una lunga introduzione, la vita pubblica" [Kahler].
Molte volte la croce, è vista con occhi di paura, di rifiuto perché ci ricorda il dolore, le prove, la sconfitta, la malattia, la morte; l'uomo continua ad esorcizzare la croce, l'addolcisce, toglie i segni della violenza perché la croce urta, è scomoda, ferisce.
Noi cristiani siamo chiamati a leggere la croce come una parola d'amore di Dio in Gesù, e vedere in essa l'estremo appello della Misericordia divina per convertirsi alla volontà del Padre. 
Davanti alla croce siamo davanti al difficile equilibrio tra la morte e la vita. Di fronte alla croce siamo di fronte alla vita e al suo significato più pieno.
Tutto però non cancella il dolore. Don Orione c'invita a conoscere la croce come unica nostra speranza, a portarla sul cuore e non sulla pelle o al collo, ma a prostrarci dinanzi ad essa in adorazione.
Per don Orione la devozione più grande è quella per Gesù crocifisso. Lui stesso nella sua stanzetta volle sempre e solo il crocifisso. Gesù è qualificato nella sua identità dalla croce: il racconto della passione è la parte determinante e decisiva, mentre il ministero pubblico è come un antefatto che lo prepara e trova in esso la sua spiegazione.
La croce non obbliga a rinnegare il piacere ma a sottometterlo alla volontà di dio, perché Dio non vuole togliere all'uomo il piacere, ma preservarlo dal dolore e dalla morte, perché dire "Gesù è il Signore", implica una scelta personale, porlo come ragione di vita.
La contraddizione più forte dell'uomo non è l'equilibrio tra la vita e la morte, ma tra il vivere "per il Signore" e il "vivere per se stessi", che è il nuovo nome della morte.
Molte volte le nostre preghiere e le nostre buone azioni sono per salvarci la pelle, facciamo fatica ad accettare di essere mortali. La croce non invita a sentire ma a cambiare la visione dell'uomo e di Dio, per diventare pienamente uomini come Gesù, per scegliere un Dio che rinunzia ad essere, assoluto potere, per mostrarsi come assoluto amore che cresce donandosi.
Ai piedi della croce c'è tutta l'umanità: amici, nemici, curiosi.  Molti uomini non capiscono che optare per il bene infinito o per il male infinito è un'opzione infinita; per questo Gesù chiede perdono per l'uomo, offre la sua compagnia, apre le porte della salvezza.


Il crocifisso è il Libro spalancato della Misericordia di Dio! Il crocifisso ci salva da un'idea di Dio onnipotente e magico, proiezione dei nostri desideri, della nostra immagine che vogliamo mostrare; dall'idea dell'uomo potente che distrugge tutto per affermarsi anche a scapito dell'altro.
Allora il nostro pentimento non è più un senso di colpa, ma scatta davanti all'evidenza del suo Amore.
Don Orione scriveva che il crocifisso è il vero centro d'unione, la nostra ancora, il nostro libro, la nostra scienza, il nostro tutto.
Dio non è più nascosto! Allora la nostra risposta tale amore sarà l'amore, la nostra carità sarà un dolcissimo e folle amore di Dio, degli uomini; è la logica del chicco che muore per dare frutti, solo così saremo persone ed una comunità che porta avanti la sua azione pastorale e scopre il progetto di Dio che ha riservato per ognuno di noi.
Il crocifisso è il grande libro sul quale si sono formati i santi, e sul quale noi pure dobbiamo formarci; tutti gl'insegnamenti contenuti nei Vangeli sono riassunti nel crocifisso.
Per conformarsi a Cristo, per conformare i nostri pensieri, sentimenti, la nostra persona abbiamo bisogno di un continuo e personale rapporto con il cuore di Cristo, perché Lui è la vera sorgente di fiducia e pace, l'unico terapeuta di ogni paura.
Gesù, il crocifisso è risorto! Questa è la speranza viva che la Chiesa offre e i credenti devono annunciare e portare una Grazia che non possiedono, ma sono i primi ad essere beneficiati. Il crocifisso è la speranza vera; in Gesù crocifisso contempliamo, impariamo, ascoltiamo la logica di Dio che ama fino a morire per ogni uomo gratis.


domenica, gennaio 29

Dacci o Maria


Dacci; o Maria, un animo grande, un cuore grande e magnanimo, che arrivi a tutti i dolori e a tutte le lacrime!
Fa che tutta la nostra vita sia sacra a dare Cristo al popolo, il popolo alla Chiesa di Cristo; arda essa e splenda di Cristo, e in Cristo si consumi in una luminosa evangelizzazione dei poveri; la nostra vita e la nostra morte siano un cantico dolcissimo di carità, e un olocausto al signore.
E poi... e poi il santo Paradiso! Vicino a Te, Maria: sempre con Gesù, sempre con Te, seduti ai tuoi piedi, o Madre nostra, in Paradiso, in Paradiso! (Don Orione Lett. II, pag. 479s)

mercoledì, novembre 2

Fissati in Dio


Per amare veramente il Signore, la Madonna, le Anime, la Chiesa, bisogna farsene quasi una fissazione. Sapete che cosa significa essere fissati in una cosa? Qual era lo stato d'animo della Madonna verso Gesù? Voi lo sapete: non viveva altro che per Lui, non parlava che di Lui e per Lui, soffriva e pregava volentieri per Lui, pensava solo quello che pensava Gesù, se le fosse stato possibile, tanto il suo cuore desiderava essere vicino, in sentimenti, pensieri ed affetti, a quello di Gesù. Questo hanno fatto anche i Santi in terra: hanno cercato di vivere all'unisono, in tutto, con Gesù e con la Santa Madonna. (Sui passi di Don Orione, 165)

Il vero culto

Tanti non sanno capire l'opera di culto e allora bisognerà unire l'opera di carità. Siamo in tempi in cui se vedono il prete solo con la stola non tutti ci vengono addietro, ma se invece vedono attorno alla veste del prete i vecchi e gli orfani allora si trascina... la carità trascina. La carità muove e porta alla fede e alla speranza. (lettera del 27. 11. 1937)

domenica, gennaio 30

Voglia di santità


Vogliamo essere bollenti di fede e di carità. Vogliamo essere santi vivi per gli altri, morti per noi. Dobbiamo essere santi, ma farci tali santi che la nostra santità non appartenga solo al culto dei fedeli, né stia solo nella Chiesa, ma trascenda e getti nella società tanto splendore di luce, tanta vita di amore di Dio e degli uomini. Dobbiamo essere una profondissima vena di spiritualità mistica che pervada tutti gli strati sociali: spiriti contemplativi e attivi, servi di Cristo e dei poveri. Amare in tutti Cristo; servire Cristo nei poveri; salvare sempre, salvare tutti, salvare a costo di ogni sacrificio, con passione redentrice e con olocausto redentore. Anime! Anime! Avere un gran cuore e la divina follia delle anime.

sabato, gennaio 29

L'umiltà



Dove c'è umiltà non ci sono contese. [...] c'è l'unione dei cuori, e c'è carità fraterna; e si va vanti contenti, si lavora contenti, si prova una grande gioia e felicità interiore e spirituale. [...] mentre tutti i malumori e le liti nascono dall'amor proprio e dalla superbia. [...] L'umiltà è la madre delle altre virtù, ed è quella che le custodisce tutte e impedisce che ce le rubino... L'umiltà consiste nel non attribuire a noi stessi quello che appartiene al solo Dio o agli agli; di modo che umiltà non è altro che giustizia e verità.
[...] Essere umili è credere alla verità, credere alla nostra imperfezione, credere alla potenza della grazia di Dio che ci perfeziona. Non c'è carità senza umiltà. (Lettera alle suore, 1/12/1925, Tortona)

sabato, gennaio 22

La miglior carità


E' la bontà (intelligente) di cuore che ti farà caro a Dio e agli uomini, questo lo si può afre solo rimanendo noi nel Signore e Lui in noi; altro non c'è di meglio. Perchè quel giorno che non abbiamo portato le persone al S. Sacramento riteniamo, quel giorno, perduto, perchè la miglior carità che si può fare ad un'anima è darle Gesù e la miglior consolazione che possiamo dare a Gesù è dargli un anima.

martedì, gennaio 11

Divina Provvidenza

O Divina Provvidenza, o Divina Provvidenza. [...] Tu apri le vie di Dio e compi i grandi disegni di Dio nel mondo!
In Te ogni nostra fiducia, o Santa Provvidenza del Signore, perchè tu ci ami assai più che noi amiamo noi stessi! No, che col divino aiuto, non ti voglio più indagare: no, che non ti voglio più legare le mani: no, che non ti voglio più storpiare; ma solo voglio interamente abbandonarmi nelle tue braccia, sereno e tranquillo. Fà che Ti prenda come sei, con la semplicità del bambino, con quella fede larga che non vede confini! "Fede, Fede, ma di quella...", di quella del Beato Cottolengo, il quale trovava luce dappertutto, e vedeva Dio in tutto e per tutto! - Divina Provvidenza! Divina Provvidenza! [...]
Dà a me [...] la carità che è soave e dolce, che si fa tutta a tutti: che ripone la sua felicità nel poter fare ogni bene agli altri silenziosamente: la carità che edifica e unifica in Gesù Cristo, con semplicità e candore.
(San Luigi Orione, da un foglietto volante del 20 giugno 1927)

domenica, gennaio 9

Di chi sono i giovani?

"Il giovane, diceva Lacordaire, è sempre di chi lo illumina e di chi lo ama". Ed è così. Il giovane ha bisogno di persuadersi che siamo interessati a fargli del bene, e che viviamo non per noi, ma per lui; che gli vogliamo bene sinceramente, e non per interesse, ma perchè questa è la nostra vita, perchè lui è tanta parte della nostra stessa vita e il suo bene costituisce la nostra missione ed il nostro intento e affetto in Cristo. Egli deve comprendere che viviamo per lui; che il suo bene è il nostro bene; che le sue gioie sono le nostre gioie, e le sue pene, i suoi dolori sono pene nostre e nostri sono i suoi dolori. Egli deve anche sentire che siamo pronti a fare per lui dei sacrifici, e a veramente sacrificarci per la sua felicità e per la sua salvezza. Il giovane deve sentire questo: deve sentire attorno a sè un'atmosfera buona, un soffio caldo d'affetto puro, illibato e santo, di fede e di carità cristiana, ed allora sarà nostro. [Don Orione, LI, pg 240ss]