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GRATUITAMENTE AVETE RICEVUTO, GRATUITAMENTE DATE, (Mt 10,8b). Noi abbiamo solo il presente da vivere e in questo tempo ci giochiamo la nostra vita, la nostra eternità, il nostro destino (E. Olivero)
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mercoledì, aprile 30

Quinto consiglio a un sacerdote

La carità sia l'anima e lo stile della tua vita sacerdotale. Sii buono e gentile con tutti sempre. Ognuno che ti si avvicina, veda in te un prolungamento vivente della "benignitas et humanitas" del nostro Salvatore. Sii "come Lui". Considerati a servizio e a disposizione di tutti: felice unicamente di poter donarti ed essere utile. Metti ognuno al di sopra di te, anche i tuoi "inferiori"; ma non diventare "schiavo" di nessuno. La tua bontà sia virile e disinteressata, imparziale e soprannaturale. Non ti illudere che esista una carità "irregolare" o indipendente dall'autorità. Non mi stancherò mai di ripeterlo: per noi, fuori della Regola, c'è l'abisso. Specialmente nell'apostolato femminile, "nihil sine Episcopo". Sii un "uomo di Dio" ma anche del tuo tempo e del tuo ambiente. In comunione di fede, speranza e carità. (sac. Giuseppe Quadrio)

Testimoni della fede (in paradiso) di Gregorio Marinaro




Quarto consiglio a un sacerdote

Le anime siano l'unica tua passione. Sei sacerdote per loro, non per te stesso. Sii sempre, dovunque, con tutti veramente Sacerdote: non solo all'altare e nel confessionale, ma anche sulla cattedra, in cortile, per strada. Abbi una coscienza vivissima e senza "eclissi" della tua dignità sacerdotale: non un gesto o una parola che non siano perfettamente intonati ad essa. Da un'anima genuinamente sacerdotale ad ogni occupazione, fosse anche la più profana. In te il sacerdote deve assorbire tutto il resto. Se sei assistente, insegnante, consigliere, superiore, fa di tutto perché i giovani ti sentano prima e soprattutto sacerdote, il loro prete, il loro Cristo. Sia tua delizia confessare, specialmente i piccoli e gli adolescenti; i sacerdoti e i religiosi siano i "clienti privilegiati" del tuo confessionale: non farti mai attendere. Incomincia il lunedì a "pensare" alla tua predica della successiva domenica. Le tue prediche siano ricavate dalla meditazione personale, non dai "repertori predicabili". Predica continuamente il Vangelo con la vita, a tu per tu, a tutti.

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Terzo consiglio a un sacerdote


La Confessione regolare e accurata salverà il tuo sacerdozio dalla superficialità, dalle illusioni, dalla tiepidezza e dalla catastrofe. E' lacrimevole constatare quanto noi sacerdoti siamo trascurati e negligenti nel ricorrere a questo Sacramento. Ricordati che nei pericoli immancabili della tua vita sacerdotale, la tua salvezza sarà avere un uomo che sappia tutto di te, che possa guidarti con una mano ferma e sostenerti con cuore paterno. Guai a te, se per tua colpa, in quei momenti, dovessi confessare a te stesso: "Hominem non habeo...!".

Secondo consiglio a un sacerdote

La Liturgia delle Ore è il miglior termometro del tuo fervore sacerdotale. Ordinariamente è il primo ad essere massacrato dal prete tiepido. A costo di sudar sangue, non permettere che il tuo Breviario diventi una catena di distrazioni, di negligenze e di peccati. Amalo come lo scudo della tua castità avendolo ricevuto dalla Chiesa. Non considerarlo una pesante catena, ma l'anello nuziale che ti lega alla Chiesa, tua sposa. Non cominciare mai a recitare il tuo Breviario, senza aver prima pensato a quello che fai e a quello che sei per mezzo della preghiera ufficiale: sei nel cuore della Chiesa, sei la bocca del corpo Mistico! Non accontentarti di "dire" il Breviario: devi "celebrarlo" in persona Christi et Ecclesiae. Conserva a questa celebrazione il tono del dialogo e il senso del dramma: è l'Opus Dei, non una semplice lettura o una filastrocca magica. da ad ogni parola il suo posto e il suo significato. Varia opportunamente le intenzioni alle singole ore. Sii certo che col tuo Breviario puoi cambiare il mondo, più che con le tue dotte conferenze e lezioni. (sac. Giuseppe Quadrio)

Primo consiglio a un sacerdote

La Celebrazione sia il sole della tua giornata. Sforzati di comprenderla, gustarla, viverla. Non dimenticarti che la Messa meglio celebrata è quella meglio preparata. Celebra ogni tua Messa come se fosse la prima, l'ultima, l'unica della tua vita. Salva la tua Messa dall'abitudinarismo e dall'automatismo. Ogni parola sia un "annuncio", ogni gesto un "segno" sacro. Trasforma la tua Messa in vita vissuta e tutta la tua vita in una Messa continua. Ricordati che, chiuso il Messale, la tua Messa deve continuare nella vita. Un sacerdote che ogni giorno celebra santamente la sua Messa, non commetterà mai sciocchezze. (sac. Giuseppe Quadrio)

venerdì, agosto 23

Il prete


Il prete è inserito in un circuito di affetti il cui perno e la cui fonte è la Persona del Signore. Egli impara ad amare dentro l'amore del Signore per le sue pecore: è tale amore che diviene generatore di nuove relazioni.


mercoledì, maggio 22

Le priorità del sacerdote

Essere pieni della gioia del Vangelo con tutto il nostro essere è la prima condizione. Poi si devono fare le scelte, avere le priorità, vedere quanto è possibile e quanto è impossibile. Direi che le tre priorità fondamentali le conosciamo: sono le tre colonne del nostro essere sacerdoti. Prima, l’Eucaristia, i Sacramenti: rendere possibile e presente l’Eucaristia, soprattutto domenicale, per quanto possibile, per tutti, e celebrarla in modo che diventi realmente il visibile atto d’amore del Signore per noi. Poi, l’annuncio della Parola in tutte le dimensioni: dal dialogo personale fino all’omelia. Il terzo punto è la “caritas”, l’amore di Cristo: essere presenti per i sofferenti, per i piccoli, per i bambini, per le persone in difficoltà, per gli emarginati; rendere realmente presente l’amore del Buon Pastore. E poi, una priorità molto importante è anche la relazione personale con Cristo. E la preghiera non è una cosa marginale: è proprio “professione” del sacerdote pregare, anche come rappresentante della gente che non sa pregare o non trova il tempo di pregare. La preghiera personale, soprattutto la Preghiera delle Ore, è nutrimento fondamentale per la nostra anima, per tutta la nostra azione. E, infine, riconoscere i nostri limiti, aprirci anche a questa umiltà.  
(Benedetto XVI risponde ad un parroco brasiliano, piazza san Pietro (14 giugno 2010)

Il vero lavoro del sacerdote

Ho detto che non è possibile fare tutto quello che si desidera, che forse si dovrebbe fare, perché le nostre forze sono limitate e le situazioni sono difficili in una società sempre più diversificata, più complicata. Io penso che, soprattutto, sia importante che i fedeli possano vedere che questo sacerdote non fa solo un “job”, ore di lavoro, e poi è libero e vive solo per se stesso, ma che è un uomo appassionato di Cristo, che porta in sé il fuoco dell’amore di Cristo. Se i fedeli vedono che è pieno della gioia del Signore, capiscono anche che non può far tutto, accettano i limiti, e aiutano il parroco. Questo mi sembra il punto più importante: che si possa vedere e sentire che il parroco realmente si sente un chiamato dal Signore; è pieno di amore del Signore e dei suoi. (Benedetto XVI risponde ad un parroco brasiliano, piazza san Pietro (14 giugno 2010)

L'incontro tra Gesù e il sacerdote

Il sacerdote rinnova la sua vita e trae forza per il suo ministero dalla contemplazione della divina Parola e dal dialogo intenso con il Signore. È consapevole che non potrà condurre a Cristo i suoi fratelli, né incontrarlo nei poveri e nei malati, se non lo scopre prima nella preghiera fervente e costante. È necessario promuovere il contatto personale con Colui che poi si annuncia, celebra e comunica. È qui il fondamento della spiritualità sacerdotale, fino a giungere a essere segno trasparente e testimonianza viva del Buon Pastore. 
(Benedetto XVI riceve in udienza i membri della Comunità del Pontificio Collegio Spagnolo San José in Roma (10 maggio 2012)

Sacerdote chi rappresenta?

Il sacerdote rappresenta Cristo. Cosa vuol dire, cosa significa “rappresentare” qualcuno? Nel linguaggio comune, vuol dire – generalmente - ricevere una delega da una persona per essere presente al suo posto, parlare e agire al suo posto, perché colui che viene rappresentato è assente dall’azione concreta. Ci domandiamo: il sacerdote rappresenta il Signore nello stesso modo? La risposta è no, perché nella Chiesa Cristo non è mai assente, la Chiesa è il suo corpo vivo e il Capo della Chiesa è lui, presente ed operante in essa. Cristo non è mai assente, anzi è presente in un modo totalmente libero dai limiti dello spazio e del tempo, grazie all’evento della Risurrezione. Pertanto, il sacerdote che agisce in persona Christi Capitis e in rappresentanza del Signore, non agisce mai in nome di un assente, ma nella Persona stessa di Cristo Risorto, che si rende presente con la sua azione realmente efficace. Agisce realmente e realizza ciò che il sacerdote non potrebbe fare: la consacrazione del vino e del pane perché siano realmente presenza del Signore, l’assoluzione dei peccati. (Dalle Catechesi di Benedetto XVI (14 aprile 2010)

martedì, marzo 26

Prete...devi essere....!?

Caro Roberto, credo che se facessi la stessa domanda a 100 persone diverse avresti probabilmente 100 risposte differenti, ognuno di noi ha sensibilità diverse e quindi si aspetta cose diverse, ci ho pensato un bel po’ ( hai già capito che non è il mio forte parlare e tanto meno scrivere)…ci ho pregato sopra e questo è quello che ne è uscito:

Essere una persona, per me la prima cosa di ciò che mi aspetto dal parroco o dal sacerdote in genere, è avere di fronte un  Uomo, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, non un santo a tutti i costi, fuori dal mondo e dal tempo, ma una persona che mi aiuti a vedere le cose importanti  e soprattutto a vivere la nostra vita da persone “VERE”…che mi aiuti a vivere e non a sopravvivere, a crescere apprezzando tutto ciò che ci capita.

Un “faro” che illumini la strada della fede, troppo spesso siamo presi da 1000 cose pratiche…lavoro, famiglia, divertimento, problemi…tutte cose buone o meno buone che sono poi la nostra vita quotidiana, ma che spesso noi  stacchiamo da Dio. Da una parte Lui dall’altra la vita reale, cose che invece dovrebbero camminare di pari passo con Dio….un sacerdote dovrebbe trovare il modo di “ricordare” sovente e nel modo più convincente possibile che Dio è in tutte le nostre cose, quelle belle e quelle brutte…perché tendenzialmente lo sappiamo ma spesso ce lo dimentichiamo.

Un sacerdote dovrebbe avere il coraggio di lanciare messaggi forti, anche se scomodi e impopolari ( mi viene da dire fuori moda ). Da ragazzino quando andavamo a fare i campi scuola con la parrocchia, qualche volta c’è stato proposto il servizio agli handicappati gravi a Sassello o l’adorazione notturna….oltre ovviamente al divertimento e ai giochi. Mi ricordo benissimo che sul momento ci “scocciava” che il servizio portasse via tempo al divertimento e l’adorazione spesso era un peso…..ma i ricordi più forti, quelli che poi mi sono serviti di più per la mia crescita umana e spirituale sono stati proprio quei momenti forti….perché i giochi li ho rifatti migliaia di volte in altre circostanze…ma quei momenti lì no. Ovviamente tenendo presente cosa si stà proponendo e a chi….ragazzi, coppie, adulti ecc.

Un amico, un amico vero, che sa gioire e divertirsi con me, ma anche essere duro se vede che sto sbagliando, correggendomi e accettando in maniera altrettanto “semplice” i miei consigli nei suoi confronti. Capisco che non in tutti i casi è possibile, dipende molto dalla conoscenza e dall’amicizia che si crea e forse in qualche caso anche dalla vicinanza dell’età, ma mi piacerebbe che se si trovasse in qualsiasi tipo di difficoltà, non si facesse problemi a chiedere il mio aiuto. ( questo non vuol dire che poi io sarei in grado di aiutarlo, ma sicuramente gli starei vicino. )

Che preghi per me, e con me. Possibilmente insegnandomi piano piano a farlo.

Un sacerdote dovrebbe avere la forza di stare ad ascoltare tutti, ascoltare che spesso vuol dire dedicare del tempo a tutti…cosa che facciamo sempre meno …anche tra amici, tra marito e moglie tra parenti….si sta insieme si fanno delle cose insieme….ma si dedica sempre meno tempo ad ascoltare l’altro. Non aver fretta, non voler per forza raggiungere dei “ risultati”. Questo mi fa anche pensare ad un’altra cosa che spesso ho notato in alcuni Sacerdoti ( in realtà in tutta la società odierna e soprattutto nel lavoro !!! )…privilegiare l’apparenza e i risultati.…è importante essere in TANTI a Messa…è importante avere TANTI ragazzi all’oratorio…essere TANTI a quell’incontro…e tutti gli incontri sono imperdibili ed importantissimi..ecc ecc.. per cui DEVI esserci. Mi sembra che spesso si perda il gusto di fare le cose con calma, con i tempi giusti, assaporando quello che si sta facendo a volte non capendo che una persona può non essere pronta per un certo discorso/impegno e quindi aiutata a maturare affinché lo sia… e questo, forse ( dico forse perché non ne ho l’assoluta convinzione ) fa si che tanti ( soprattutto ragazzi ) dopo un primo momento di euforia nel sentirsi chiamati per un determinato compito ( catechismo, educatore, aiutante ..ecc ) mollino tutto. Ormai sono quasi 30 anni che sono in parrocchia e ragazzi ( ma non solo ) super impegnati che  per 2/3 anni hanno fatto incontri su incontri, preparazione per gli incontri ecc.ecc. poi di botto non si sono più fatti vedere....( per carità ci sono 1000 motivi perché ciò accada) ..ma il più delle volte incontrandoli sentivo dire: basta, ho dato troppo…ora penso un po’ a me. Questo, forse, vuol anche dire che non si sono rispettati i tempi di quelle persone, che non si sono stati a “sentire” abbastanza, che non si è “perso” del tempo a capire se erano pronti per quell’impegno, o semplicemente li sì è caricati di troppi impegni…stà di fatto che non ci sono più…né a dare una mano, né probabilmente, a fare un percorso personale di crescita spirituale.

Mi sono reso conto rileggendo che ho elencato una serie di punti nei quali spesso dicevo che un sacerdote deve fare, deve fare…sempre per gli altri. Non siete delle macchine, non l’ho mai pensato ( per questo dicevo all’inizio che mi piace un sacerdote “ uomo” ) per cui credo, che sia fondamentale anche per un sacerdote, come per tutti, avere la possibilità di ritagliarsi dei momenti di svago personali. Lasciare tutto e tutti e dedicare, quando si riesce, qualche giorno alle cose che ci piace fare…o semplicemente riposarsi e non fare niente…i poche parole ricaricarsi le pile.

Allegria e Gioia, credo non si possa portare ad altri il messaggio di Cristo, che è tutto improntato sull’Amore e sul dono agli altri, essendo tristi. Per carità è difficilissimo essere gioiosi sempre, anche quando si ha un problema o un peso dentro, ma allora in quel caso è meglio prendersi una pausa…..ne ho conosciuti pochissimi ( per fortuna ) preti così, ma avere una figura di sacerdote che dovrebbe annunciare la gioia e la bellezza del messaggio di Gesù ed invece è quasi sempre triste, burbero e che rimarca sempre le cose che non si devono fare,  invece di sottolineare le cose che è bello fare…credo porti un messaggio controverso e negativo.

La sparo grossa....essere il più possibile uguali a Gesù, alla sua umanità, non aver paura di relazionarsi con coloro che sono considerati “pericolosi”, emarginati; non provare schifo nello sporcarsi le mani con i poveri, gli ultimi, gli handicappati; avere la stessa tenerezza e amore che Gesù aveva e che dimostrava concretamente verso tutti quelli che lo avvicinavano.  Credo che tutti o quasi tutti, abbiano un gran bisogno di umanità, di amore di attenzioni l’uno per l’altro, ma purtroppo per come è fatto il mondo oggi, viene tutto soffocato dalla voglia di possedere, di non rimanere indietro rispetto agli altri, non rendendosi conto che così facendo si perde il bello delle cose che si hanno e delle cose che si fanno. Tutto questo per dire che c’è un gran bisogno di sacerdoti che vivano il vangelo con i fatti, dimostrando a tutti la bellezza di questo messaggio. Non a caso, proprio in questi giorni ho per forza di cose notato come tanta gente ( soprattutto quelli fuori addirittura quelli contro la chiesa) stiano apprezzando il nuovo Papa Francesco, eppure non sta facendo cose pazzesche, sta semplicemente dicendo a parole e con gesti concreti quanto è bello volersi bene, avere rispetto e amore per tutte le persone.

Robi, credo possa bastare, probabilmente poi mi verranno in mente altre cose, altri pensieri…vorrà dire che te le scriverò in seguito..farò il 2 tempo. Volevo però concludere con una riflessione che mi è venuta rileggendo con calma quello che ti ho scritto e quando ho provato a pregarci sopra. Sono partito a pensare e a scrivere su quello che tu mi hai chiesto: cosa mi aspetto dal parroco o da un sacerdote in generale, ma in realtà mi sono poi reso conto di aver scritto molte, non tutte, ma molte cose che dovrei fare io nei confronti degli altri e soprattutto verso la mia famiglia…portare Gioia, saper Ascoltare, essere Amici e Uomini autentici, imparare a Pregare . Probabilmente un Parroco deve portare tutte queste cose in modo diverso, a più persone, con modalità sempre diverse, perché diverse sono le persone che incontra, ma infondo non è molto diverso da quello che dovrebbe provare a fare ognuno di noi. Pensavo con questo “lavoro”di fare un favore a te…in realtà l’hai fatto ancora una volta te a me ..!!!

GRAZIE
Un Abbraccio Andrea

giovedì, marzo 22

Un prete

Un prete
deve essere contemporaneamente:
piccolo e grande,
nobile di spirito,
come di sangue reale,
semplice e naturale,
come di ceppo contadino,
un eroe nella conquista di sè,
un uomo che si è battuto con Dio,
una sorgente di santificazione,
un peccatore che Dio ha perdonato,
il sovrano dei suoi desideri,
un servitore per i timidi e per i deboli,
che non s'abbassa davanti ai potenti,
ma si curva davanti ai poveri,
discepolo del suo Signore,
capo del suo gregge,
un mendicante dalle mani largamente aperte,
un portatore di innumerevoli doni,
un uomo sul campo di battaglia,
una madre per confortare i malati,
con la saggezza dell'età
e la fiducia di un bambino,
teso verso l'alto,
i piedi sulla terra,
fatto per la gioia,
esperto del soffrire,
lontano da ogni invidia,
lungimirante,
che parla con franchezza,
un amico della pace,
un nemico dell'inerzia,
fedele per sempre...
Così differente da me! (da un manoscritto medioevale trovato a Salisburgo)

domenica, febbraio 5

La vita è un donare una via

“Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. (Gv 14,6)

Qual è il senso della vita di Cristo e di chi lo segue?
E’ una vita chiamata a divenire Benedizione Eucaristia .

Cosa vuol dire benedire?
Benedire Dio per l’ebreo significa consacrare, ridonare a Lui i doni che Egli per primo ci ha fatto e che l’uomo ha arricchito del suo personale impegno. Mentre la preghiera del pagano ha l’uomo stesso come principio e fine (io ho bisogno – mi rivolgo a Dio – perché mi esaudisca), la preghiera del pio israelita segue la direzione inversa: Dio nella sua misericordia mi colma di doni – mi scopro ricco dei doni di Dio – a Dio li ridono in rendimento di grazie, in fiducioso abbandono.

Cosa significa scoprire la propria vocazione?
Scoprire la dimensione eucaristica della propria vita, cioè scoprire che la nostra vita è dono e che possiamo fare della nostra esistenza un rendimento di grazie a Dio, ridonandola a Lui, in modo personalissimo ed irripetibile. Innumerevoli sono le vie che gli uomini possono percorrere per questo “ritorno al Padre”, innumerevoli quante sono le persone umane.

Cristo cosa è per i cristiani?
La sua vita e il suo modello sono il sommo criterio per giudicare della giustezza della via che ogni battezzato sta percorrendo.

Tra le tante vocazioni c’è la vita religiosi, parliamone!
Tutto il segreto della scelta religiosa è qui. Ogni santo, ogni maestro dello spirito, fondatore di una certa famiglia religiosa, altro non è che un’espressione particolare dell’unica, multiforme ricchezza del Cristo in una certa situazione politica, culturale, sociale, religiosa, in risposta a certe particolari attese, desideri, bisogni dell’umanità e della Chiesa.

Ma come mai sono così tante le famiglie religiose?
Ogni famiglia religiosa si caratterizza così per un certo carisma, contemplativo o attivo, caritativo o di annuncio, d’insegnamento o di testimonianza. I carismi sono tanti, ma essi non fa che evidenziare un aspetto particolarissimo della vita del Cristo. Lui solo è la sintesi dei carismi: Lui solo è stato in pienezza contemplativo e uomo della carità, maestro inarrivabile di verità altissime ed umile servitore dei poveri, martire e profeta, predicatore ed umile operaio… in una parola, il Santo dei santi.

I religiosi professano i voti religiosi, cosa sono?
I religiosi sono dei battezzati che hanno sentito nella profondità del loro cuore l’unica chiamata ad una sequela radicale del Cristo, attraverso le promesse solenni (o voti) di vivere: la castità evangelica non come nel matrimonio, ma nel dono totale di se stessi al Signore ed alla Chiesa in una famiglia spirituale; di vivere la povertà evangelica non nel modo del laico cristiano, ma nella rinuncia totale di attaccare il cuore a ciò che è umano, soprattutto nelle cose materiali; di vivere l’obbedienza evangelica , non solo nella leale disponibilità ad ogni autorità legittima, sia di origine umana che divina, ma nella rinuncia senza riserve a disporre della propria vita per il bene comune.

Ma allora qual è la differenza tra le molteplici famiglie religiose?
Ogni religioso si differenzia dall’altro per la scelta di un particolare carisma. Una scelta, beninteso, che non è una sorta di agenzia di collocamento delle diverse generosità. Al contrario, ogni religioso è tale perché è rimasto affascinato da una dimensione particolare della vita del Cristo, e da come un certo fondatore di famiglia religiosa è riuscito ad incarnare nella sua vita questa dimensione, attualizzandola nell’oggi della Chiesa.

Ma non è una vera famiglia quella religiosa?
E’ una sintonia di desideri, prospettive, progetti, affetti, che fa sì che la scelta religiosa sia letteralmente una scelta per vivere l’unica sequela del Cristo dall’interno di una particolare famiglia. Una famiglia “spirituale”, certo, con tutti quei pregi e quei difetti rispetto alla famiglia naturale fondata sul matrimonio, che costituiscono la sua peculiarità. Eppure di una vera famiglia si tratta, perché comunità di persone fondata su vincoli altrettanto forti quali quelli di sangue: i vincoli dell’unico Spirito della carità di Cristo che unisce a sé “sponsalmente” ciascuno dei membri che formano questa comunità.

Ma i religiosi a cosa servono?
I religiosi profeticamente indicano agli altri battezzati una molteplicità di modi per fare della propria vita un’eucarestia di lode e di dono, secondo uno stile e delle modalità particolari, eppure mossi dall’unica carità del Cristo che ci “urge” dentro.
Molte sono le vie per questo “ritorno al Padre”. Esse però convergono nell’unica via che è Cristo stesso, perché è la medesima carità ad averle ispirate, affinché solo la Chiesa nella sua interezza divenga sempre più e meglio, icona, immagine viva ed autentica del Cristo nella storia degli uomini e del mondo.

lunedì, gennaio 16

“Ma perché i preti non si sposano?”


Non sarebbe più opportuno che essi condividessero con tutti gli altri battezzati le vicende di ogni giorno relative alla famiglia, alla crescita dei figli, all’interazione fra i coniugi?
Il celibato nella vita dei presbiteri non è fondamentalmente un obbligo né corrisponde ad un esatto monito evangelico: leggendo le pagine degli scritti Sinottici e di San Giovanni si evince infatti come Pietro e gli altri apostoli fossero legittimamente uniti a consorte, senza che questo comportasse riprovazione alcuna da parte i Gesù o ostacolasse l’andamento della vita apostolica. Anche nei primi secoli della Chiesa i presbiteri erano soliti contrarre matrimonio mentre Sant’Agostino diventerà Vescovo per ordinare prete successivamente il proprio figlio.
In più, anche oggi si è disposta un’eccezione all’obbligo del celibato per tutti quei sacerdoti di rito greco convertitisi al cattolicesimo dalla Chiesa Ortodossa; viste le loro origini culturali ed etniche, per essi il Vaticano riconosce oltre ad un Diritto proprio anche la possibilità di sposarsi, il che prova che la rinuncia alla vita sponsale non è effettivamente cosa originaria ne di per se costitutiva del sacerdozio in se medesimo.
Inoltre, essendo il matrimonio un elemento rientrante nell’ordine del diritto naturale e rispondente alla legittima tendenza dell’uomo di avere attrazione verso l’altro sesso ove trovare luogo di completamento,  non sarebbe affatto sconveniente che la dimensione sponsale potesse diventare comune prassi nella vita dei sacerdoti,
La vita sponsale non sarebbe poi così lesiva materialmente al ministero o al buon andamento della spiritualità del presbitero, che anzi avvalorerebbe la propria missione forte della completezza di un’adeguata esperienza familiare personale, che lo condurrebbe a nutrire maggiore comprensione verso determinati problemi della gente. Così del resto afferma anche San Paolo ai Tessalonicesi nelle sue esortazioni intorno alla vita e al ruolo del Vescovo (1Tm 3, 1 – 7), e del resto nel programma di formazione dei seminaristi e dei candidati alla speciale consacrazione religiosa è sempre stata prassi guardare con molto sospetto chi dovesse avvertire eccessivo distacco verso la prospettiva del matrimonio e della famiglia, sottolineando al contrario che la scelta di vita celibataria è ben lungi dal comportare freddezza o sdegno verso la prospettiva del matrimonio o peggio ancora dalla misoginia e chi aspira al sacerdozio può e deve considerare la dimensione sponsale come un bene in tutti i casi apprezzabile. Nutrire ribrezzo, indifferenza e ritrosia nei confronti del matrimonio in determinati casi è anche motivo sufficiente per non essere ammessi all’ordinazione sacerdotale, giacchè in questo caso si opterebbe per il presbiterato quale via di ripiego in seguito a specifiche fobie o delusioni amorose. Nel Nuovo Testamento si vedono ambedue le scelte corrispondono ad un progetto di perfezione cristiana da perseguirsi come indirizzo di provenienza divina, sicché  l’apostolo Paolo può affermare che, fermo restando che la vocazione primaria del cristiano è quella della vita di perfezione in Cristo (la santità) questa è obiettivo che è possibile a raggiungersi nella duplice dimensione facoltativa del matrimonio e della vita celibataria.
Non è importante infatti restare celibe, né sposarsi, quanto piuttosto realizzare la vera volontà di Dio: “Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito… “ (vv. 33 – 34). Cosicché “chi non si sposa si occupa delle cose del Signore, come piacere al Signore. Chi è sposato si occupa delle cose del mondo, come piacere alla moglie. (1 Cor 7, 32 - 33)”.
Anche negli insegnamenti di Gesù vi sono riferimenti di approvazione alla scelta di vita da “eunuchi per il regno dei cieli”(Mt 19, 10 -12) a condizione tuttavia che questa non risulti una scelta puramente arbitraria ma che corrisponda ad un piano di predestinazione divina esclusivamente riservato a “coloro ai quali è stato concesso”.
Si rileva così la risposta alla domanda ricorrente: i presbiteri e i religiosi osservano la rinuncia al matrimonio non già perché considerato riprovevole in se stesso, ma perché, forti di una speciale chiamata da parte del Signore vi sanno rinunciare in vista di una maggiore speditezza nella promozione della causa del Regno di Dio e di un rinnovato fervore apostolico. La dimensione celibataria, alla pari delle nozze, è infatti da decidersi solo nell’ottica della vocazione divina.

Il sacerdote nel secolo XXI

Viviamo in modo instabile. Esiste una instabilità nella famiglia, nel mondo del lavoro, nella varie aggregazioni sociali e professionali, nelle scuole e nelle istituzioni.
Il prete:
·         deve costituzionalmente essere un modello di stabilità e di maturità, di dedizione piena al suo apostolato.

Di fronte ad un mondo anemico di preghiera e di adorazione…
il sacerdote è
·         in primo luogo, l’uomo della preghiera, dell’adorazione, del Culto, della celebrazione dei santi Misteri.

Di fronte ad un mondo sommerso da messaggi consumistici, pan-sensualistici, assalito dall’errore, presentato negli aspetti più seducenti,
il sacerdote deve
·         parlare di Dio e delle realtà eterne e, per poterlo fare credibilmente, deve essere appassionatamente credente, così come deve essere “pulito”!
·         accettare l’impressione di essere in mezzo alla gente, come uno che parte da una logica e parla una lingua diversa dagli altri («non conformatevi alla mentalità di questo mondo», Rm 12,12). Egli non è come “gli altri”. Ciò che la gente aspetta da lui è proprio che non sia “come tutti gli altri”.

Di fronte ad un mondo immerso nella violenza e corroso dall’egoismo,
il prete deve
·         essere l’uomo della carità. Dalle vette purissime dell’Amore di Dio, scende a valle, dove molti vivono la loro vita di solitudine, di incomunicabilità, di violenza, per annunciare loro misericordia, riconciliazione e speranza.
·         rispondere alle esigenze della società, facendosi voce di chi non ha voce: i piccoli, i poveri, gli anziani, gli oppressi, gli emarginati.
·         non appartenere a se stesso ma agli altri.
·         cercare ciò che è di Cristo, ciò che è dei suoi fratelli.
·         condividere le gioie e i dolori di tutti, senza distinzioni di età, di categoria sociale, di estrazione politica, di pratica religiosa.
·         essere la guida della porzione di Popolo, che gli è affidata.
·         essere il pastore di una comunità formata da persona, che hanno, ciascuna, il loro nome, la loro storia, il loro destino, il loro segreto.
·         essere contemporaneamente piccolo e grande, nobile di spirito come un re, semplice e naturale come un contadino.
·         non abbassarsi davanti ai potenti, ma curvarsi davanti ai poveri e ai piccoli, discepolo del suo Signore e capo del suo gregge.
·         non solo essere dispensatori dei Misteri di Cristo, ma nella babele odierna essere segni sicuri di riferimento e di speranza, per quanti cercano la pienezza, il senso, il fine, la felicità.
 (Cardinale Mauro Piacenza, Prefetto della Congregazione per il Clero, 2011 a Los Angeles)

Inviati di Gesù per restare con lui

Di che cosa fa parte il seminario; che cosa significa questo periodo?
«Il Signore fece i Dodici». Egli crea qualcosa, Egli fa qualcosa, si tratta di un atto creativo. Ed Egli li fece, «perché stessero con Lui e per mandarli» (cfr. Mc 3, 14): questa è una duplice volontà che, sotto certi aspetti, sembra contraddittoria. «Perché stessero con Lui»: devono stare con Lui, per arrivare a conoscerlo, per ascoltarlo, per lasciarsi plasmare da Lui; devono andare con Lui, essere con Lui in cammino, intorno a Lui e dietro di Lui. Ma allo stesso tempo devono essere degli inviati che partono, che portano fuori ciò che hanno imparato, lo portano agli altri uomini in cammino — verso la periferia, nel vasto ambiente, anche verso ciò che è molto lontano da Lui. E tuttavia, questi aspetti paradossali vanno insieme: se essi sono veramente con Lui, allora sono sempre anche in cammino verso gli altri, allora sono in ricerca della pecorella smarrita, allora vanno lì, devono trasmettere ciò che hanno trovato, allora devono farLo conoscere, diventare inviati. E viceversa: se vogliono essere veri inviati, devono stare sempre con Lui.

Quindi…
come sacerdoti dobbiamo uscire fuori nelle molteplici strade in cui si trovano gli uomini, per invitarli al suo banchetto nuziale. Ma lo possiamo fare solo rimanendo sempre presso di Lui.

Ma il seminario è un tempo o un luogo?
Il seminario è dunque un tempo dell’esercitarsi; certamente anche del discernere e dell’imparare: Egli mi vuole per questo? La vocazione deve essere verificata, e di questo fa poi parte la vita comunitaria e fa parte naturalmente il dialogo con le guide spirituali che avete, per imparare a discernere ciò che è la sua volontà
Un tempo di discernimento, di apprendimento, di chiamata... E poi, naturalmente, in quanto tempo dell’essere con Lui, tempo di preghiera, di ascolto di Lui. Ascoltare, imparare ad ascoltarlo veramente — nella Parola della Sacra Scrittura, nella fede della Chiesa, nella liturgia della Chiesa — ed apprendere l’oggi nella sua Parola. Imparare ad ascoltare — e così poterne parlare agli altri uomini.

Lo stare con Dio “serve” per realizzare la mia personalità sacerdotale?
(Non proprio). Lo stare personalmente con Cristo, con il Dio vivente, è una cosa; l’altra cosa è che sempre soltanto nel «noi» possiamo credere. La fede viene dall’ascolto cioè dalla parola vivente, dalle parole che gli altri rivolgono a me e che posso sentire; dalle parole della Chiesa attraverso tutti i tempi, dalla parola attuale che essa mi rivolge mediante i sacerdoti, i Vescovi e i fratelli e le sorelle. Fa parte della fede il «tu» del prossimo, e fa parte della fede il «noi». E proprio l’esercitarsi nella sopportazione vicendevole è qualcosa di molto importante; imparare ad accogliere l’altro come altro nella sua differenza, ed imparare che egli deve sopportare me nella mia differenza, per diventare un «noi», chiamare le persone ad entrare nella comunanza della Parola ed essere insieme in cammino verso il Dio vivente.

Concretamente a quale “noi” siamo chiamati ad essere?
Al «noi» molto concreto, come lo è il seminario, come lo sarà la parrocchia, ma poi sempre anche il guardare oltre il «noi» concreto e limitato al grande «noi» della Chiesa di ogni luogo e di ogni tempo, per non fare di noi stessi il criterio assoluto. Il «noi» è l’intera comunità dei fedeli, di oggi e di tutti i luoghi e tutti i tempi. Noi siamo Chiesa: Siamolo! Siamolo proprio nell’aprirci e nell’andare al di là di noi stessi e nell’esserlo insieme con gli altri!

In questo periodo di seminario su cosa dobbiamo maggiormente concentrarci?
La preparazione al sacerdozio, il cammino verso di esso, richiede anzitutto anche lo studio è qualcosa di essenziale. San Pietro ha detto: «Siate sempre pronti ad offrire a chiunque vi domandi, come risposta, la ragione, il logos della vostra fede» (cfr. 1Pt 3, 15).

Perché?
(Perché) il nostro mondo oggi è un mondo razionalistico e condizionato dalla scientificità, anche se molto spesso si tratta di una scientificità solo apparente. Ma lo spirito della scientificità, del comprendere, dello spiegare, del poter sapere, del rifiuto di tutto ciò che non è razionale, è dominante nel nostro tempo. C’è in questo pure qualcosa di grande, anche se spesso dietro si nasconde molta presunzione ed insensatezza. La fede non è un mondo parallelo del sentimento, che poi ci permettiamo come un di più, ma è ciò che abbraccia il tutto, gli dà senso, lo interpreta e gli dà anche le direttive etiche interiori, affinché sia compreso e vissuto in vista di Dio e a partire da Dio. Per questo è importante essere informati, comprendere, avere la mente aperta, imparare.

Quindi…
Studiare è essenziale: soltanto così possiamo far fronte al nostro tempo ed annunciare ad esso il logos della nostra fede. Studiare anche in modo critico — nella consapevolezza, appunto, che domani qualcun altro dirà qualcosa di diverso — ma essere studenti attenti ed aperti ed umili, per studiare sempre con il Signore, dinanzi al Signore e per Lui.
(sintesi del discorso a braccio pronunciato il 24 settembre scorso da Benedetto XVI, nella cappella del seminario di Friburgo, incontrandosi con una sessantina di seminaristi dell’arcidiocesi)

lunedì, maggio 30

San Carlo e la vocazione

Dal Discorso tenuto da san Carlo, vescovo, nell'ultimo Sinodo
(Acta Ecclesiae Mediolanensis, Milano 1599, 1177-1178)

Tutti siamo certamente deboli, lo ammetto, ma il Signore Dio mette a nostra disposizione mezzi tali che, se lo vogliamo, possiamo far molto. senza di essi però non sarà possibile tener fede all'impegno della propria vocazione.
Facciamo il caso di un sacerdote che riconosca bensì di dover essere temperante, di dover dar esempio di costumi severi e santi, ma che poi rifiuti ogni mortificazione, non digiuni, non preghi, ami conversazioni e familiarità poco edificanti; come potrà costui essere all'altezza del suo ufficio?
Ci sarà magari chi si lamenta che, quando entra in coro per salmodiare, o quando va a celebrare la Messa, la sua mente si popoli di mille distrazioni. Ma prima di accedere al coro o di iniziare la Messa, come si è comportato in sacrestia, come si è preparato, quali mezzi ha predisposto e usato per conservare il raccoglimento?
Vuoi che ti insegni come accrescere maggiormente la tua partecipazione interiore alla celebrazione corale, come rendere più gradita a Dio la tua lode e come progredire nella santità? Ascolta ciò che ti dico. Se già qualche scintilla del divino amore è stata accesa in te, non cacciarla via, non esporla al vento. Tieni chiuso il focolare del tuo cuore, perché non si raffreddi e non perda calore. Fuggi, cioè le distrazioni per quanto puoi. Rimani raccolto con Dio, evita le chiacchiere inutili.
Hai il mandato di predicare e di insegnare? Studia e applicati a quelle cose che sono necessarie per compiere bene questo incarico.
Dà sempre buon esempio e cerca di essere il primo in ogni cosa. Predica prima di tutto con la vita e la santità, perché non succeda che essendo la tua condotta in contraddizione con la tua predica tu perda ogni credibilità.
Eserciti la cura d'anime? Non trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo presente il ricordo delle anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso.
Comprendete, fratelli, che niente è così necessario a tutte le persone ecclesiastiche quanto la meditazione che precede, accompagna e segue tutte le nostre azioni: Canterò, dice il profeta, e mediterò (cfr. Sal 100, 1 volg.) Se amministri i sacramenti, o fratello, medita ciò che fai. Se celebri la Messa, medita ciò che offri. Se reciti i salmi in coro, medita a chi e di che cosa parli. Se guidi le anime, medita da quale sangue siano state lavate; e «tutto si faccia tra voi nella carità» (1 Cor 16, 14). Così potremo facilmente superare le difficoltà che incontriamo, e sono innumerevoli, ogni giorno. Del resto ciò è richiesto dal compito affidatoci. Se così faremo avremo la forza per generare Cristo in noi e negli altri.

lunedì, aprile 18

Vocazione

Dal Discorso tenuto da san Carlo, vescovo, nell'ultimo Sinodo
(Acta Ecclesiae Mediolanensis, Milano 1599, 1177-1178)

Tutti siamo certamente deboli, lo ammetto, ma il Signore Dio mette a nostra disposizione mezzi tali che, se lo vogliamo, possiamo far molto. senza di essi però non sarà possibile tener fede all'impegno della propria vocazione.
Facciamo il caso di un sacerdote che riconosca bensì di dover essere temperante, di dover dar esempio di costumi severi e santi, ma che poi rifiuti ogni mortificazione, non digiuni, non preghi, ami conversazioni e familiarità poco edificanti; come potrà costui essere all'altezza del suo ufficio?
Ci sarà magari chi si lamenta che, quando entra in coro per salmodiare, o quando va a celebrare la Messa, la sua mente si popoli di mille distrazioni. Ma prima di accedere al coro o di iniziare la Messa, come si è comportato in sacrestia, come si è preparato, quali mezzi ha predisposto e usato per conservare il raccoglimento?
Vuoi che ti insegni come accrescere maggiormente la tua partecipazione interiore alla celebrazione corale, come rendere più gradita a Dio la tua lode e come progredire nella santità? Ascolta ciò che ti dico. Se già qualche scintilla del divino amore è stata accesa in te, non cacciarla via, non esporla al vento. Tieni chiuso il focolare del tuo cuore, perché non si raffreddi e non perda calore. Fuggi, cioè le distrazioni per quanto puoi. Rimani raccolto con Dio, evita le chiacchiere inutili.
Hai il mandato di predicare e di insegnare? Studia e applicati a quelle cose che sono necessarie per compiere bene questo incarico.
Dà sempre buon esempio e cerca di essere il primo in ogni cosa. Predica prima di tutto con la vita e la santità, perché non succeda che essendo la tua condotta in contraddizione con la tua predica tu perda ogni credibilità. Eserciti la cura d'anime? Non trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo presente il ricordo delle anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso.
Comprendete, fratelli, che niente è così necessario a tutte le persone ec
clesiastiche quanto la meditazione che precede, accompagna e segue tutte le nostre azioni: Canterò, dice il profeta, e mediterò (cfr. Sal 100, 1 volg.) Se amministri i sacramenti, o fratello, medita ciò che fai. Se celebri la Messa, medita ciò che offri. Se reciti i salmi in coro, medita a chi e di che cosa parli. Se guidi le anime, medita da quale sangue siano state lavate; e «tutto si faccia tra voi nella carità» (1 Cor 16, 14). Così potremo facilmente superare le difficoltà che incontriamo, e sono innumerevoli, ogni giorno. Del resto ciò è richiesto dal compito affidatoci. Se così faremo avremo la forza per generare Cristo in noi e negli altri.