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GRATUITAMENTE AVETE RICEVUTO, GRATUITAMENTE DATE, (Mt 10,8b). Noi abbiamo solo il presente da vivere e in questo tempo ci giochiamo la nostra vita, la nostra eternità, il nostro destino (E. Olivero)

sabato, aprile 21

La morte non va rimossa

Curi scrive che vi è un legame ineliminabile tra la vita e la morte; in cui “l’atto di morire introduce oltre il limite della morte stessa, nel senso che, alla luce della Pasqua, la morte diviene il transito verso la vera vita, diventa il vero dies natalis”. Imparare a morire “non vuol dire sforzarsi di addomesticare la morte, ma piuttosto recuperare la morte come momento cruciale della vita, come ciò che concorre a definire il senso”.
La De Gregorio scrive: “La scomparsa della vecchiaia è una faccenda etica che dice molto del nostro tempo. Cancellare i segni della vecchiaia, fissare artificialmente sul corpo un eterno presente significa fermare la vita e cancellarne la storia: se non c’è ieri né domani sul viso, finirà per non esserci anche nella mente e nell’anima”.
La morte è anche racconto, non soltanto del dolore, ma anche, scrive Michele Serra, “della vita delle persone morte, dell’amore dato e ricevuto, delle tracce forti e inconfondibili lasciate da ciascun essere umano, delle parole spese, dell’ordine seminato perché attecchisse”.
Il continuo contatto con la morte è lo strumento per conoscere meglio se stesso e sperimentare emozioni e sentimenti poco frequentati e per scoprire il proprio passato.
La malattia mette di fronte alla realtà della vecchiaia, del tempo che passa inesorabile e del venire meno delle certezze sulle quali si fa affidamento. Il sereno atteggiamento di fronte alla malattia fa capire l’importanza del contatto con le persone, dell’ascolto e delle necessità di prendersi cura degli altri. L’uomo se medita sulla morte riesce a compiere un percorso di trasformazione, di purificazione e di elevazione; grazie al contatto con la malattia e con un corpo che sta avviandosi verso la fine e, nello stesso tempo si realizza quello scambio, quel passaggio di affetti e di amore che non lo lasceranno più solo.
Tutto ciò lascia dentro l’uomo la serena gratitudine verso ogni momento dell’esistenza, nell’accettazione della propria condizione, nell’impegno per un lavoro ben fatto e nella cura per le persone che si ritroverà davanti, grato per averle cosciute.
(Rielaborazione di alcuni stralci dell’articolo di Luciano Grandi, in Settimana, p. 14)

Le chiavi del prete

1.      È richiesto un legame interiore, anzi, una conformazione a Cristo, e in questo necessariamente un superamento di noi stessi, una rinuncia a quello che è solamente nostro, alla tanto sbandierata autorealizzazione. È richiesto che noi, non rivendichiamo la nostra vita per se stessi, ma la mettiamo a disposizione di un altro, di Cristo. Che non domandi: che cosa ne ricavo per me? Bensì: che cosa posso dare io per Lui e così per gli altri? Concretamente: come deve realizzarsi questa conformazione a Cristo, il quale non domina, ma serve: non prende, ma dà.

2.      La conformazione a Cristo è il presupposto di ogni vero rinnovamento. A volte Cristo ci appare a volte troppo elevato e troppo grande. Per questo ha provveduto a “traduzioni” in ordine di grandezza più accessibili e più vicini a noi. I santi ci indicano come funziona il rinnovamento e come possiamo metterci al suo servizio.

3.      I sacerdoti sono amministratori dei misteri di Dio (1Cor 4,1) e che ci spetta il ministero dell’insegnamento. Per poter vivere ed amare la nostra fede, per poter amare Dio e quindi diventare capaci di ascoltarLo in modo giusto, dobbiamo sapere che cosa Dio ci ha detto; la nostra ragione ed il nostro cuore devono essere toccati dalla sua parola.

4.      Ogni nostro annuncio deve misurarsi sulla parola di Gesù Cristo: “La mia dottrina non è mia” (Gv 7,16). Non annunciamo teorie ed opinioni private, ma la fede della Chiesa della quale siamo servitori. Non appartengo a me stesso proprio per il fatto che vado al di là di me stesso e mediante il superamento di me stesso riesco ad inserirmi in Cristo e nel suo Corpo che è la Chiesa. Non reclamizzo me stesso, ma dono me stesso.

5.      Lo zelo per le anime. È un’espressione fuori moda, che oggi quasi non viene più usata. I sacerdoti si devono occupare dell’uomo intero (l’uomo è un’unità, destinata con corpo e anima all’eternità), delle sue necessità fisiche, anche delle necessità dell’anima. Si preoccupano della salvezza degli uomini in corpo e anima. Le persone non devono mai avere la sensazione che i sacerdoti compiano coscienziosamente il nostro orario di lavoro, ma prima e dopo apparteniamo solo a noi stessi. Un sacerdote non appartiene mai a se stesso. Le persone devono percepire il nostro zelo, mediante il quale diamo una testimonianza credibile per il Vangelo di Gesù Cristo.
(stralci dell’omelia di Benedetto XVI, Giovedì Santo, 5 aprile 2012)

venerdì, aprile 13

martedì, aprile 10

Dammi, Signore Dio,
un cuore vigilante

che non sia allontanato da te
da alcuna curiosità di pensiero;
un cuore nobile che non sia travolto
da alcun affetto indegno
;

un cuore retto
che non sia fatto deviare
da alcuna tentazione;

un cuore fermo
che non sia spezzato
da alcuna tribolazione;

un cuore libero
che non sia soggiogato
da alcuna violenza di passione.
Amen.
(S.Tommaso d'Aquino)