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GRATUITAMENTE AVETE RICEVUTO, GRATUITAMENTE DATE, (Mt 10,8b). Noi abbiamo solo il presente da vivere e in questo tempo ci giochiamo la nostra vita, la nostra eternità, il nostro destino (E. Olivero)

sabato, aprile 21

Cresci in noi!

Cristo, fa' crescere in noi il gusto
della tua tenerezza e della tua bontà,
la gioia dell'umiltà e della pazienza.
Facci trovare la via del perdono
che si nutre del perdono del Signore.
Riempi il nostro cuore della pace
che edifica il corpo di Cristo.
Allarga il nostro essere
nel rendimento di grazie.
Tutto in noi sia via
che conduce al Padre;
via di libertà di spirito.

O Cristo che sei, che eri e che sarai:
ritorna, perché abbiamo fame e sete,
perché veniamo meno nel cammino,
perché abbiamo paura del deserto;
ritorna, tu che ci dai la vita eterna.
Ricevi questa preghiera e presentala
al Padre di misericordia
che dona senza misura l'oggi, il domani
e la gioia sempiterna. (Pierre Griolet
)

Conducimi per mano

Conducimi per mano, Signore,
luce di tenerezza;
nel buio che mi accerchia,
conducimi per mano.
Cupa è la notte,
e io sono ancora lontano da casa:
conducimi per mano.
Guida il mio cammino;
non pretendo di vedere orizzonti lontani:
un passo mi basta.
Un tempo ero diverso, non t’invocavo:
amavo scegliere e vedere la mia strada;
ma adesso conducimi per mano.
Amavo il giorno abbagliante,
disprezzavo la paura,
l’orgoglio dominava il mio cuore:
dimentica, Signore, quegli anni.
Sempre fu sopra
di me la tua potente benedizione:
sono certo che ora mi condurrai per mano,
per lande e paludi,
per balze e torrenti,
finché svanisca la notte,
e mi sorridano all’alba i volti degli angeli,
amati a lungo, e per poco smarriti.  (J.H. Newman)

Dammi la fede

Mio Dio come è assurda la mia vita
senza il dono della fede!
Una candela fumigante
è la mia intelligenza,
un braciere colmo di cenere
è il mio cuore,
una fredda e breve giornata d’inverno
è la mia esistenza.
Dammi la fede!
Una fede che dia senso al mio vivere,
forza al mio cammino,
significato al mio sacrificio,
certezza ai miei dubbi,
speranza alle mie delusioni,
coraggio alle mie paure,
vigore alle mie stanchezze,
sentieri ai miei smarrimenti,
luci alle notti del mio spirito,
riposo e pace alle ansie del cuore.
(Serafino Flavio)

La morte non va rimossa

Curi scrive che vi è un legame ineliminabile tra la vita e la morte; in cui “l’atto di morire introduce oltre il limite della morte stessa, nel senso che, alla luce della Pasqua, la morte diviene il transito verso la vera vita, diventa il vero dies natalis”. Imparare a morire “non vuol dire sforzarsi di addomesticare la morte, ma piuttosto recuperare la morte come momento cruciale della vita, come ciò che concorre a definire il senso”.
La De Gregorio scrive: “La scomparsa della vecchiaia è una faccenda etica che dice molto del nostro tempo. Cancellare i segni della vecchiaia, fissare artificialmente sul corpo un eterno presente significa fermare la vita e cancellarne la storia: se non c’è ieri né domani sul viso, finirà per non esserci anche nella mente e nell’anima”.
La morte è anche racconto, non soltanto del dolore, ma anche, scrive Michele Serra, “della vita delle persone morte, dell’amore dato e ricevuto, delle tracce forti e inconfondibili lasciate da ciascun essere umano, delle parole spese, dell’ordine seminato perché attecchisse”.
Il continuo contatto con la morte è lo strumento per conoscere meglio se stesso e sperimentare emozioni e sentimenti poco frequentati e per scoprire il proprio passato.
La malattia mette di fronte alla realtà della vecchiaia, del tempo che passa inesorabile e del venire meno delle certezze sulle quali si fa affidamento. Il sereno atteggiamento di fronte alla malattia fa capire l’importanza del contatto con le persone, dell’ascolto e delle necessità di prendersi cura degli altri. L’uomo se medita sulla morte riesce a compiere un percorso di trasformazione, di purificazione e di elevazione; grazie al contatto con la malattia e con un corpo che sta avviandosi verso la fine e, nello stesso tempo si realizza quello scambio, quel passaggio di affetti e di amore che non lo lasceranno più solo.
Tutto ciò lascia dentro l’uomo la serena gratitudine verso ogni momento dell’esistenza, nell’accettazione della propria condizione, nell’impegno per un lavoro ben fatto e nella cura per le persone che si ritroverà davanti, grato per averle cosciute.
(Rielaborazione di alcuni stralci dell’articolo di Luciano Grandi, in Settimana, p. 14)

Le chiavi del prete

1.      È richiesto un legame interiore, anzi, una conformazione a Cristo, e in questo necessariamente un superamento di noi stessi, una rinuncia a quello che è solamente nostro, alla tanto sbandierata autorealizzazione. È richiesto che noi, non rivendichiamo la nostra vita per se stessi, ma la mettiamo a disposizione di un altro, di Cristo. Che non domandi: che cosa ne ricavo per me? Bensì: che cosa posso dare io per Lui e così per gli altri? Concretamente: come deve realizzarsi questa conformazione a Cristo, il quale non domina, ma serve: non prende, ma dà.

2.      La conformazione a Cristo è il presupposto di ogni vero rinnovamento. A volte Cristo ci appare a volte troppo elevato e troppo grande. Per questo ha provveduto a “traduzioni” in ordine di grandezza più accessibili e più vicini a noi. I santi ci indicano come funziona il rinnovamento e come possiamo metterci al suo servizio.

3.      I sacerdoti sono amministratori dei misteri di Dio (1Cor 4,1) e che ci spetta il ministero dell’insegnamento. Per poter vivere ed amare la nostra fede, per poter amare Dio e quindi diventare capaci di ascoltarLo in modo giusto, dobbiamo sapere che cosa Dio ci ha detto; la nostra ragione ed il nostro cuore devono essere toccati dalla sua parola.

4.      Ogni nostro annuncio deve misurarsi sulla parola di Gesù Cristo: “La mia dottrina non è mia” (Gv 7,16). Non annunciamo teorie ed opinioni private, ma la fede della Chiesa della quale siamo servitori. Non appartengo a me stesso proprio per il fatto che vado al di là di me stesso e mediante il superamento di me stesso riesco ad inserirmi in Cristo e nel suo Corpo che è la Chiesa. Non reclamizzo me stesso, ma dono me stesso.

5.      Lo zelo per le anime. È un’espressione fuori moda, che oggi quasi non viene più usata. I sacerdoti si devono occupare dell’uomo intero (l’uomo è un’unità, destinata con corpo e anima all’eternità), delle sue necessità fisiche, anche delle necessità dell’anima. Si preoccupano della salvezza degli uomini in corpo e anima. Le persone non devono mai avere la sensazione che i sacerdoti compiano coscienziosamente il nostro orario di lavoro, ma prima e dopo apparteniamo solo a noi stessi. Un sacerdote non appartiene mai a se stesso. Le persone devono percepire il nostro zelo, mediante il quale diamo una testimonianza credibile per il Vangelo di Gesù Cristo.
(stralci dell’omelia di Benedetto XVI, Giovedì Santo, 5 aprile 2012)