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GRATUITAMENTE AVETE RICEVUTO, GRATUITAMENTE DATE, (Mt 10,8b). Noi abbiamo solo il presente da vivere e in questo tempo ci giochiamo la nostra vita, la nostra eternità, il nostro destino (E. Olivero)

domenica, marzo 9

Amicizia


È un rapporto di affetto reciproco che lega due o più persone tra di loro. È un tema che tutti si sono interrogati. Ad esempio: per noi l’amicizia è un sentimento, che può nascere involontariamente, come una passione.  Per il mondo antico romano, l’amicizia era considerata piuttosto una manifestazione della volontà. Nell’antichità classica poteva esserci amicizia, ma in un genere di rapporto che comprende anche la dimensione erotica, mentre l’amicizia come la intendiamo oggi, è fondata piuttosto sulla complicità e sulla comprensione reciproche.
L’affinità tra amicizia e amore è chiara, entrambe legate all’azione di amare. Il concetto di amicizia è così ampio che può estendersi a qualsiasi forma di rapporto di vicinanza.
Oltre al rapporto, la parola amicizia indica anche la persona amica. L’amicizia nasce di solito dalla consuetudine, dalla frequenza personale.
L’amicizia è frutto di maturità, è un valore che si sviluppa con lo sviluppo della persona; è una forma di amore, ma può sparire o essere compromessa, se s’insinuano due veleni: egocentrismo, incostanza.
Le caratteristiche dell’amicizia sono:
  • Tu: l’amicizia è una forma di amore e, perciò, implica il desiderio che la persona amata stia bene e sia felice. L’amicizia non può far male.
  • Reciprocità: stessa intensità, per essere amici bisogna volerlo in due, non c’è anonimato.
  • Uguaglianza: l’amicizia non accetta differenze che creino rapporti di dipendenza, di sottomissione, di superiorità e inferiorità, di gerarchia. Rispettare le caratteristiche di ciascuno è un elemento essenziale dell’amicizia.
  • Lealtà: è cancellata la parola tradimento. Ma questo non ammette di coprire, giustificare il male che l’amico compie, questa non è amicizia.
  • Discrezione: ci si confida, perché l’amico è lo scrigno in cui depositiamo i nostri segreti.
  • Disinteresse: l’amicizia che vuole approfittare dell’amico diventa un commercio. L’egoismo guasta l’amicizia e qualsiasi forma di amore.
  • Specificità: Gli amici sono concreti; sappiamo chi sono, perché l’amicizia non è un rapporto vago e indefinito e  non possiamo essere amici di tutti.
  • Disinteresse: è un presupposto. Se c’è un secondo fine non è amicizia.
  • Desiderio di stare insieme: gli amici desiderano vedersi e dialogare con frequenza, per comunicarsi sentimenti, idee, esperienze, progetti… l’assenza indebolisce l’amicizia.
  • Fiducia reciproca: il rapporto d’amicizia si basa sulla fiducia totale, la sincerità, la discrezione e la trasparenza. Bisogna sentirsi assolutamente sicuri l’uno dell’altro.
Libertà: l’amicizia è frutto della libertà e deve generare una maggiore libertà. Gli amici non s’impongono, s’incontrano per caso

 

Decaologo della prola


Pino Pellegrino, Marino Gobbin, Omelie per un anno, Vol. 1 - Anno A, Elledici 2004

1. Prima di parlare controlla che il cervello sia inserito.
2. Non parlare di te: lascia che siano gli altri a scoprirlo.
3. Regala parole buone: la scienza sta ancora cercando una medicina più efficace delle parole buone.
4. Non dire tutto ciò che pensi, ma pensa a tutto ciò che dici.
5. Adopera ragioni forti con parole dolci.
6. Quando parli, pensa all'insalata: è buona se ha più olio che aceto.
7. Non basta parlare: bisogna comunicare. Chi parla difficile non comunica.
8. Ascolta! Ascoltare è la forma più raffinata di parlare.
9. Quando senti altrui mancamenti, serra la lingua tra i denti.
10. Parla per ultimo: sarai ricordato per primo.

domenica, febbraio 2

Candelora

Quentin Metsys or Massys il vecchio (c.1466-1530) Presentazione nel tempio
La colomba segno del popolo che vive l'attesa
Sono sempre in mano a San Giuseppe le colombe, offerta dei poveri prescritta dalla legge di Mosè per il riscatto dei primogeniti. Il simbolo della colomba affiora qua e là in tutta la Scrittura caricandosi di volta in volta di diversi significati. Compare all’inizio del dettato biblico nell’episodio di Noè dove il patriarca pre-abramitico, al termine del diluvio, lascia partire una colomba per verificare lo stato dell’emersione della terra dalle acque. Quello che, collegato all’arcobaleno, è stato identificato come segno della pace è in realtà un simbolo molto complesso e dalle mille sfaccettature.
Nei mosaici della Basilica di San Marco, ad esempio, Noè libera dalla finestra dell’arca una colomba immacolata, segno del popolo redento dal battesimo e guarda, non senza preoccupazione, il corvo che ancora si attarda sulle carogne che galleggiano sull’acqua. Il corvo allude all’uomo ancora peccatore che, incurante degli eventi salvifici divini, indugia nelle vie delle sue inclinazioni malvagie.Era chiaro, dunque, ai cristiani del XII secolo che la colomba, per il suo verso lamentoso e gutturale, fosse segno del popolo che geme per il desiderio del tempio (e quindi del sacrificio) e della salvezza messianica. 
Così, anche nell’offerta sacrificale per il tempio, le coppie di tortore o colombe venivano a simboleggiare la struggente attesa del Messia: una di queste serviva per l’olocausto, l’altra per il sacrificio espiatorio. In una singolare Presentazione di Gesù al tempio, di Quentin Massys, le colombe si trovano al centro della scena. Le offre a Simeone uno spaventato Giuseppe, che pare improvvisamente consapevole del significato del gesto religioso che sta compiendo. Quel riscatto del primogenito sarà solo l’inizio di ben altro riscatto: mentre Giuseppe riscatta Gesù, riconoscendolo come figlio, un altro Padre – Dio stesso- riscatta l’umanità per mezzo di quel Figlio. Massys, allievo di Memling e fondatore della Scuola Fiamminga di Aversa vede, nell’evento della Presentazione, la professione di fede nell’avvento del Messia da parte di Maria e Giuseppe e, con loro, del popolo degli anawim. Colomba, del resto, in ebraico si dice «jona», nome del profeta immaginario che simboleggia l’intero popolo di Israele.
Se Giuseppe, infatti, regge le sole colombe, Maria porta una candela segno della sua fede in Cristo e nell’opera di redenzione che proprio da quel momento prende avvio. Dietro a Giuseppe si scorge la profetessa Anna di Fanuele, anziana frequentatrice del tempio di Gerusalemme, la quale pure regge la candela. Sullo sfondo altre quattro candele, segno dei punti cardinali, narrano di altre professioni di fede destinate a moltiplicarsi. L’umanissimo Gesù Bambino di Massys sembra spaventato. Una colomba lo guarda, è quella che sarà data in olocausto, come avverrà a quel bimbo un giorno sulla croce; l’altra invece guarda noi e chiede, implicitamente, la nostra disponibilità a offrire ogni giorno il sacrificio della nostra fede. 

Presentazionedi Gesù al Tempio, Rembrant



Oggi i fedeli cristiani portano il fuoco splendente con la candela, la quale è formata di cera e di stoppino. Nella fiammella è simboleggiata la divinità, nella cera l'umanità, nello stoppino l'asprezza della passione del Signore.
Come oggi, la beata Vergine portò e offrì nel tempio il Figlio di Dio e suo, e simbolicamente oggi i fedeli portano e offrono il fuoco, offrendo la candela.
E in questi tre elementi è indicata la vera penitenza: nel fuoco l'ardore della contrizione, che sradica tutte le radici dei vizi; nella cera la confessione del peccato: come fonde la cera di fronte al fuoco (cf. Sal 67,3), così per l'ardore del pentimento fluisce dalla bocca di chi si confessa l'accusa del suo peccato, mentre scorrono le lacrime; nello stoppino l'asprezza dell'espiazione e della riparazione.
In questi tre atti c'è Gesù, cioè la salvezza dell'uomo; e chi li avrà offerti a Dio, potrà dire con il giusto Simeone: "Ora lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele" (Lc 2,29-30). Nota che in questi quattro versetti vengono indicate le quattro beatitudini del penitente. La prima beatitudine consiste nel perdono totale dei peccati e nella tranquillità della coscienza: "Lascia che il tuo servo vada in pace".
La seconda beatitudine consiste nella separazione dell'anima dal corpo, quando potrà vedere colui nel quale credette e che desiderò: "perché i miei occhi ha visto la tua salvezza". La terza beatitudine giungerà nell'esame dell'ultimo giudizio, quando sarà detto: Dategli del frutto delle sue mani e le sue stesse opere lo lodino alle porte dell'eternità (cf. Pro 31,31): "preparata da te davanti a tutti i popoli" (Lc 2,31). La quarta beatitudine sarà nello splendore della gloria eterna, in cui vedrà faccia a faccia e conoscerà come è conosciuto (cf. 1Cor 13,12): "luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele".                (Sant'Antonio di Padova, Pur. della Beata Vergine Maria - I -, § 9)

Presentazione di Gesù al Tempio, Stefan Lochner

lunedì, gennaio 13

Dialogo

Il dialogo è una conversazione tra due o più persone, come valore per la convivenza, è:
  • Scambiarsi le idee,
  • Ascoltare le ragioni dell'altro,
  • Essere consapevoli di non possedere tutta la verità,
  • Essere consapevoli che non la pensiamo tutti allo stesso modo,
Essere disposti a cambiare opinione!

Per favorire la capacità di dialogo è necessario una sufficiente autostima, altrimenti sarà difficle esporre, ragionare, difendere le proprie opinioni, i propri punti di vista di fronte agli altri.  
Un livello minimo di fiducia negli altri, altrimenti sarà per loro impossibile ascoltare, valutare le idee e i punti di vista degli altri, accettare la parte di verità che contengono.
Chi pensa di non aver bisogno di confidare le proprie, di ascoltare le idee altrui, di pensare che gli altri hanno cattive intenzioni.... rende impossibile il dialogo!
Per scambiarsi le proprie opinioni e arrivare ad un accordo è necessario:
  • Rispetto: verso le opinioni altrui; tutti (indistintamente)  hanno il diritto di esprimere e agire in libertà; per colui che ha autorità nel gruppo.
  • Libertà: nell'esporre i propri punti di vista, senza imporli; ma convincendo, esponendo ragioni, motivazioni oggettive, attraverso l'esempio, il prestigio, la gratuità, la ragione, la comprensione  e l'amore. 
  • Sincerità: di esprimere un sentimento di gradimento e non riguardo gli atteggiamenti del gruppo; realizzando una critica costruttiva per giungere alle conclusioni migliori.  
  • Coraggio: di manifestare il disaccordo personale rispetto le idee altrui e accettare le conseguenze di tale presa di posizione.
La mancanza di dialogo nasce da varie motivazioni: timidezza fino ad arrivare ad essere un blocco, un complesso, una mancanza d'interesse. Si possono incontrare persone logorroiche, truffatori oppure perchè qualcuno nel gruppo ha un atteggiamento di:
  • Insolenza: chi offende, attacca, disprezza invece di valorizzare,
  • Coazione: chi si sente obbligato a dire ok perché l'altro lo impone.
  • Sfiducia: chi ha paura di quello che dice venga fatto un uso cattivo oppure deformato a proprio svantaggio.
  • Ipocrisia: chi si vede obbligato a simulare l'accettazione o il rifiuto di un'idea per paura di essere in disaccordo con il gruppo e di conseguenza emarginato. 
Dove ci porta il dialogo?
  • A sapere di più e meglio.
  • A migliorare il nostro senso  critico.
  • A comprendere noi stessi e gli altri.
  • A essere migliori.
  • Ad accordi concreti.  
  • All'elaborazione congiunta di norme e progetti.
  • A migliorare la relazione all'interno del gruppo. 
  • A ottenere risultati migliori nel lavoro comune.
  • A evitare molti malintesi e conflitti.
  • A risolvere i conflitti sorti.  
 
 
Ore perdute invano
nei giardini del manicomio,
su e giù per quelle barriere
inferocite dai fiori,
persi tutti in un sogno
di realtà che fuggiva
buttata dietro le nostre spalle
da non so quale chimera.
E dopo un incontro
qualche malato sorride
alle false feste.
Tempo perduto in vorticosi pensieri,
assiepati dietro le sbarre
come rondini nude.
Allora abbiamo ascoltato sermoni,
abbiamo moltiplicato i pesci,
laggiù vicino al Giordano,
ma il Cristo non c'era:
dal mondo ci aveva divelti
come erbaccia obbrobriosa.
(Vicino al Giordano, Alda Merini)
 
 

mercoledì, gennaio 1

Sincerità

Sincerità, Selvapiana - Parma, collezione Perizzi.
Sincerità...nonostante tutto! 
La sincerità è l'espressione esteriore di ciò che uno pensa o sente interiormente, senza ipocrisie.
La veridicità è la volontà di adeguare la nostra espressione verbale al nostro pensiero: assenza di menzogna.
La sincerità e la veridicità sono complementari.
E' facile mentire, il desiderio di essere sinceri non ci rende esenti da errori: "Se chiudi la porta a tutti gli errori, lascerai fuori la verità" (Tagore).
La sincerità è un valore sociale, perché rende possibile la coabitazione.
La vita sociale è possibile solo se supponiamo che ci dicono la verità altrimenti vivremmo in un mondo paralizzato. A chi c'inganna è difficle ridare fiducia, perché abbiamo la convinzione che lo rifarà. Per evitare queste ferite dobbiamo imparare a non dire idee, sentimenti che creano dispiaceri gratuiti agli altri, cioè uno non deve dire tutto quello che gli viene in mente, fare tutto quello che vogliamo. L'autocontrollo (sui propri impulsi) è necessario per vivere in comunità, dobbiamo essere sinceri non sfacciati! 
Cigni che riflettono elefanti, Salvador Dalì

La verità non è un valore supremo, al di sopra c'è l'amore per gli altri, il rispetto per la vita, la sicurezza; non tutti hanno diritto ad esigere la verità, chi? chi invade il diritto all'intimità, tutto dipende da come si dicono le cose. Si deve proteggere sempre un bene superiore.
Ogni essere umano ha due segreti:
  • uno NATURALE: l'obbligo di non diffondere la verità che conosco, la cui divulgazione potrebbe danneggiare qualcuno.
  • uno PROFESSIONALE: rientra in certi tipi di lavoro, soprattutti chi si occupa di persone fragili, non sufficientemente forti, autonome. 
IL VERO ASCOLTO COMINCIA DA UN SINCERO PUNTO DI DOMANDA


Se vogliamo trovare porte aperte nella vita, dobbiamo staccarci dall’ego e lasciarci vivere in quel luogo divino chiamato Spirito. Ci sono quelle che Lao Tzu chiama Virtù, che sono quattro. La prima è la riverenza verso la vita, cioè il rispetto. La seconda è la sincerità, che è molto più dell’onestà. La terza è la gentilezza, che si manifesta come disponibilità. E la quarta è il soccorso, che si manifesta offrendoci agli altri. Queste sono le quattro virtù che Lao Tzu ci chiede di fare nostre.            The Shift, Il Cambiamento, Wayne W. Dyer

Pazienza. Bontà. Generosità. Umiltà. Gentilezza. Dedizione. Tolleranza. Innocenza. Sincerità. Ecco gli elementi che compongono il BENE SUPREMO. [...] Tutti questi doni interessano ciascuno di noi, le nostre vite quotidiane, l’oggi, il domani, l’Eternità.
Paulo Coelho, IL DONO SUPREMO – H.Drummond