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GRATUITAMENTE AVETE RICEVUTO, GRATUITAMENTE DATE, (Mt 10,8b). Noi abbiamo solo il presente da vivere e in questo tempo ci giochiamo la nostra vita, la nostra eternità, il nostro destino (E. Olivero)

giovedì, ottobre 3

Cresima

Con la Cresima si confermano le promesse battesimali in: Gesù, Figlio Redentore; Dio Padre; Spirito Santo, che è l'amore tra il Padre e il Figlio.  Questo Sacramento ci rende perfetti cristiani, ci da la forza per testimoniare Gesù, diventiamo cristianamente maturi. Non siamo maturi per l'età adulta ma per la nostra unione spirituale a Cristo, solo così ognuno di noi si lascia guidare, muovere dal principio della carità. 
Il compito principale del cristiano è di annunciare a tutti la Parola di Dio, seguendo l'esempio dei primi discepoli. Per far ciò si deve dire il proprio sì allo Spirito santo, chiedergli di abitare in noi, ricordandosi che Dio ci lascia liberi perché la nostra volontà deve essere piena, responsabile, coerente.
Gli effetti della Confermazione sono di accrescere, consolidare, confermare la nostra fede, quello che abbiamo professato fin dal Battesimo. 
La Cresima crea un' unione più forte con il Padre e Gesù, di cui diventiamo fratelli, apostoli, messaggeri; aumenta in noi i doni dello Spirito Santo; imprime nell'anima il Carattere, che è un marchio spirituale indelebile. 
Questo sigillo incancellabile è il segno che Gesù ha rivestito il cristiano del suo Spirito Santo. C'è da ricordarsi che l'effetto della Confermazione, con il Battesimo, non può essere cancellato in nessun modo, per questo si fa una sola volta. Ci rende membri attivi della Chiesa, la grande famiglia di Dio. 
La Cresima è il Sacramento:
- di fortezza contro il male, la morte. Ci aiuta a vivere una vita autentica, alla ricerca del Bene, dei giusti valori.
- del credere come Maria, che ha sempre creduto.
della pienezza, della maturità: in cui dico... "io voglio aderire a Cristo!".
- dell'effusione dello Spirito Santo e dei suoi doni ed effetti.
- della Pentecoste personale, come agli apostoli e a Maria. La conseguenza di questa Pentecoste è: volti sereni, coraggiosi nell'annunciare Cristo Risorto.
- della testimonianza, in ogni luogo.
- dell'impegno personale. Uno è impegnato solo quando prende degli impegni e li mantiene. Così gl'impegni cristiani sono per una vita piena in Cristo, per vivere in pieno significato la carità.
- dell'essere conformi a Cristo. Somiglianza a Cristo. Chi vede il cristiano dovrebbe vedere Cristo e la Chiesa. 

lunedì, settembre 30

Croce di Gesù


La croce non è quella che avresti pensato e non arriva al momento giusto. La croce è sempre irriconoscibile, inattesa, sorprendente, sconvolgente, giunge regolarmente a sproposito, non è nemmeno quella che avresti scelto tu se te ne fosse stata offerta la possibilità. La croce non è mal quella giusta, ti sembra non sia la tua, non ti vada bene, ci sia stato un errore di consegna. La croce non è amabile, Gesù non ti comanda di amarla, Lui stesso non ha amato la croce, ha amato gli uomini fino alla croce e attraverso la croce, che è tutt’altra cosa.. L'infermità non va amata in sé, devi piuttosto amare la vita, amare l’amore.. Diffida di un certo dolorismo compiaciuto ed esasperato, guardati da un certo vittimismo ambiguo, la croce va accolta nell' amore, portata con amore, deve diventare espressione d'amore, tradursi in esperienza d’amore. Gesù non ti chiederà se la hai amato croce, ma se la croce ti ha condotto ad amare di più Lui, a capire e compatire i fratelli, a riconciliarti con te stesso e con i tuoi limiti. (San Luigi Orione)


domenica, settembre 29

LA PASSIONE DEL SIGNORE DESCRITTA DA UN MEDICO

Alcuni anni fa un dottore francese, Barbet, si trovava in Vaticano insieme con un suo amico, il dottor Pasteau. Nel circolo di ascoltatori c'era anche il cardinal Pacelli. Pasteau raccontava che, in seguito alle ricerche del dottor Barbet, si poteva ormai essere certi che la morte di Gesù in croce era avvenuta per contrazione tetanica di tutti i muscoli e per asfissia.
Il cardinal Pacelli impallidì. Poi mormorò piano:- Noi non ne sapevamo nulla; nessuno ce ne aveva fatto parola.
In seguito a quella osservazione Barbet stese per iscritto una ricostruzione, dal punto di vista medico, della passione di Gesù.
Premise un'avvertenza:
«Io sono soprattutto un chirurgo; ho insegnato a lungo. Per 13 anni sono vissuto in compagnia di cadaveri; durante la mia carriera ho studiato a fondo l'anatomia. Posso dunque scrivere senza presunzione ». 
«Gesù entrato in agonia nell'orto del Getsemani - scrive l'evangelista Luca - pregava più intensamente. E diede in un sudore come di gocce di sangue che cadevano fino a terra ».
Il solo evangelista che riporta il fatto è un medico,
Luca. E lo fa con la precisione di un clinico. Il sudar sangue, o ematoidròsi, è un fenomeno rarissimo. Si produce in condizioni eccezionali: a provocarlo ci vuole una spossatezza fisica, accompagnata da una scossa morale violenta, causata da una profonda emozione, da una grande paura. Il terrore, lo spavento, l'angoscia terribile di sentirsi carico di tutti i peccati degli uomini devono aver schiac­ciato Gesù.
Questa tensione estrema produce la rottura delle finis­sime vene capillari che stanno sotto le ghiandole sudori­pare... Il sangue si mescola al sudore e si raccoglie sulla pelle; poi cola per tutto il corpo fino a terra. 
Conosciamo la farsa di processo imbastito dal Sine­drio ebraico, l'invio di Gesù a Pilato e il ballottaggio della vittima fra il procuratore romano ed Erode. Pilato cede e ordina la flagellazione di Gesù. I soldati spogliano Gesù e lo legano per i polsi a una colonna dell'atrio. La flagel­lazione si effettua con delle strisce di cuoio multiplo su cui sono fissate due palle di piombo o degli ossicini. Le tracce sulla Sindone di Torino sono innumerevoli; la maggior parte delle sferzate è sulle spalle, sulla schiena, sulla re­gione lombare e anche sul petto.
I carnefici devono essere stati due, uno da ciascun lato, di ineguale corporatura. Colpiscono a staffilate la pelle, già alterata da milioni di microscopiche emorragie del sudor di sangue. La pelle si lacera e si spacca; il sangue zampilla. A ogni colpo il corpo di Gesù trasale in un sopras­salto di dolore. Le forze gli vengono meno: un sudor freddo gli imperla la fronte, la testa gli gira in una verti­gine di nausea, brividi gli corrono lungo la schiena. Se non fosse legato molto in alto per i polsi, crollerebbe in una pozza di sangue. 
Poi lo scherno dell'incoronazione. Con lunghe spine, più dure di quelle dell'acacia, gli aguzzini intrecciano una specie di casco e glielo applicano sul capo.
Le spine penetrano nel cuoio capelluto e lo fanno san­guinare (i chirurghi sanno quanto sanguina il cuoio ca­pelluto).
Dalla Sindone si rileva che un forte colpo di bastone dato obliquamente, lasciò sulla guancia destra di Gesù una orribile piaga contusa; il naso è deformato da una frattura dell'ala cartilaginea.
Pilato, dopo aver mostrato quello straccio d'uomo alla folla inferocita, glielo consegna per la crocifissione.  
Caricano sulle spalle di Gesù il grosso braccio orizzon­tale della croce; pesa una cinquantina di chili. Il palo verti­cale è già piantato sul Calvario. Gesù cammina a piedi scalzi per le strade dal fondo irregolare cosparso di cottoli. I soldati lo tirano con le corde. Il percorso, fortunatamente, non è molto lungo, circa 600 metri. Gesù a fatica mette un piede dopo l'altro; spesso cade sulle ginocchia.
E sempre quella trave sulla spalla. Ma la spalla di Gesù è coperta di piaghe. Quando cade a terra la trave gli sfugge e gli scortica il dorso. 
Sul Calvario ha inizio la crocifissione. I carnefici spo­gliano il condannato; ma la sua tunica è incollata alle piaghe e il toglierla è semplicemente atroce. Non avete mai staccato la garza di medicazione da una larga piaga contusa? Non avete sofferto voi stessi questa prova che richiede talvolta l'anestesia generale? Potete allora rendervi conto di che si tratta.
Ogni filo di stoffa aderisce al tessuto della carne viva; a levare la tunica, si lacerano le terminazioni nervose messe allo scoperto nelle piaghe. I carnefici dànno uno strappo violento. Come mai quel dolore atroce non provoca una sincope?
Il sangue riprende a scorrere; Gesù viene steso sul dorso. Le sue piaghe s'incrostano di polvere e di ghiaietta. Lo distendono sul braccio orizzontale della croce. Gli aguzzini prendono le misure. Un giro di succhiello nel legno per facilitare la penetrazione dei chiodi e l'orribile supplizio ha inizio. Il carnefice prende un chiodo (un lungo chiodo appuntito e quadrato), lo appoggia sul polso di Gesù; con un colpo netto di martello glielo pianta e lo ribatte saldamente sul legno.
Gesù deve avere spaventosamente contratto il viso. Nello stesso istante il suo pollice, con un movimento vio­lento, si è messo in opposizione nel palmo della mano: il nervo mediano è stato leso. Si può immaginare ciò che Gesù deve aver provato: un dolore lancinante, acutissimo che si è diffuso nelle sue dita, è zampillato, come una lingua di fuoco, nella spalla, gli ha folgorato il cervello il dolore più insopportabile che un uomo possa provare, quel­lo dato dalla ferita dei grossi tronchi nervosi. Di solito provoca una sincope e fa perdere la conoscenza. In Gesù no. Almeno il nervo fosse stato tagliato netto! Invece (lo si constata spesso sperimentalmente) il nervo è stato di­strutto solo in parte: la lesione del tronco nervoso rimane in contatto col chiodo: quando il corpo di Gesù sarà sospeso sulla croce, il nervo si tenderà fortemente come una corda di violino tesa sul ponticello. A ogni scossa, a ogni movimento, vibrerà risvegliando il dolore straziante. Un supplizio che durerà tre ore.

Anche per l'altro braccio si ripetono gli stessi gesti, gli stessi dolori.
Il carnefice e il suo aiutante impugnano le estremità della trave; sollevano Gesù mettendolo prima seduto e poi in piedi; quindi facendolo camminare all'indietro, lo addos­sano al palo verticale. Poi rapidamente incastrano il brac­cio orizzontale della croce sul palo verticale.
Le spalle di Gesù hanno strisciato dolorosamente sul legno ruvido. Le punte taglienti della grande corona di spine hanno lacerato il cranio. La povera testa di Gesù è inclinata in avanti, poiché lo spessore del casco di spine le impedisce di riposare sul legno. Ogni volta che Gesù sol­leva la testa, riprendono le fitte acutissime.
Gli inchiodano i piedi.
È mezzogiorno. Gesù ha sete. Non ha bevuto nulla né mangiato dalla sera precedente. I lineamenti sono tirati, il volto è una maschera di sangue. La bocca è semiaperta e il labbro inferiore già comincia a pendere. La gola è secca e gli brucia, ma Gesù non può deglutire. Ha sete. Un soldato gli tende, sulla punta di una canna, una spugna imbevuta di una bevanda acidula in uso tra i militari.
Ma questo non è che l'inizio di una tortura atroce. Uno strano fenomeno si produce nel corpo di Gesù. I muscoli delle braccia s’irrigidiscono in una contrazione che va accentuandosi: i deltoidi, i bicipiti sono tesi e rilevati, le dita s’incurvano. Si tratta di crampi. Alle cosce e alle gambe gli stessi mostruosi rilievi rigidi; le dita dei piedi s’incurvano. Si direbbe un ferito colpito da tetano, in preda a quelle orribili crisi che non si possono dimenti­care. È ciò che i medici chiamano tetania, quando i crampi si generalizzano: i muscoli dell'addome si irrigidiscono in onde immobili; poi quelli intercostali, quelli del collo e quelli respiratori. Il respiro si è fatto a poco a poco più
corto. L'aria entra con un sibilo ma non riesce quasi più a uscire. Gesù respira con l'apice dei polmoni. Ila sete di aria: come un asmatico in piena crisi, il suo volto pallido a poco a poco diventa rosso, poi trascolora nel violetto purpureo e infine nel cianotico.
Gesù, colpito da asfissia, soffoca. I polmoni, gonfi d'aria non possono più svuotarsi. La fronte è imperlata di sudore, gli occhi gli escono fuori dall'orbita. Che dolori atroci devono aver martellato il suo cranio! 
Ma cosa avviene? Lentamente, con uno sforzo sovru­mano, Gesù ha preso un punto di appoggio sul chiodo dei piedi. Facendosi forza, a piccoli colpi, si tira su, allegge­rendo la trazione delle braccia. I muscoli del torace si distendono. La respirazione diventa più ampia e profonda, i polmoni si svuotano e il viso riprende il pallore primitivo.
Perché tutto questo sforzo? Perché Gesù vuole par­lare: « Padre, perdona loro: non sanno quello che fanno ». Dopo un istante il corpo ricomincia ad afflosciarsi e l'asfissia riprende. Sono state tramandate sette frasi di Gesù dette in croce: ogni volta che vuol parlare, Gesù dovrà sollevarsi tenendosi ritto sui chiodi dei piedi... Inimma­ginabile! 
Uno sciame di mosche (grosse mosche verdi e blu come se ne vedono nei mattatoi e nei carnai), ronza attorno al suo corpo; gli si accaniscono sul viso, ma egli non può scacciarle. Dopo un po', il cielo si oscura, il sole si nasconde: d'un tratto la temperatura si abbassa. Fra poco saranno le tre del pomeriggio. Gesù lotta sempre; di quando in quando si risolleva per respirare. È l'asfissia periodica dell'infelice che viene strozzato e a cui si lascia riprendere fiato per soffocarlo più volte. Una tor­tura che dura tre ore.
Tutti i suoi dolori, la sete, i crampi, l'asfissia, le vibra­zioni dei nervi mediani, non gli hanno strappato un lamento. Ma il Padre (ed é l'ultima prova) sembra averlo abbandonato: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abban­donato?».
Ai piedi della croce stava la madre di Gesù. Potete immaginare lo strazio di quella donna?
Gesù dà un grido: « È finito ».
E a gran voce dice ancora: «Padre, nelle tue mani raccomando il miospirito ».
E muore.



venerdì, settembre 27

Voglio un posto ai piedi di Gesù

Il testamento di Shahbaz Bhatti: Ministro pachistano per le minoranze religiose ucciso il 2 marzo 2011 in odio alla fede

“Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.
Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che m’indusse a offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.
Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: «No, io voglio servire Gesù da uomo comune».
Questa devozione mi rende felice. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan — Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire.
Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.
Voglio dirvi che trovo molta ispirazione nella Sacra Bibbia e nella vita di Gesù Cristo. Più leggo il Nuovo e il Vecchio Testamento, i versetti della Bibbia e la parola del Signore e più si rinsaldano la mia forza e la mia determinazione. Quando rifletto sul fatto che Gesù Cristo ha sacrificato tutto, che Dio ha mandato il Suo stesso Figlio per la nostra redenzione e la nostra salvezza, mi chiedo come possa io seguire il cammino del Calvario. Nostro Signore ha detto: «Vieni con me, prendi la tua croce e seguimi».  I passi che più amo della Bibbia recitano: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». Così, quando vedo gente povera e bisognosa, penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a venirmi incontro. Per cui cerco sempre d’essere d’aiuto, insieme ai miei colleghi, di portare assistenza ai bisognosi, agli affamati, agli assetati. Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna”.


Don Orione e la Croce

La Quaresima è un forte invito a contemplare il Crocifisso Risorto, il quale è la speranza dei cristiani, speranza di cui hanno bisogno tutti gli uomini. La Chiesa esorta a non distogliere gli occhi da Lui perché la nostra vita respiri della Sua Presenza, Forza.
Il Crocefisso c'insegna ad adorare Gesù nei nostri cuori e dare al mondo ragione della Speranza che è in noi, perché "i nostri Vangeli sono racconti della Passione con una lunga introduzione, la vita pubblica" [Kahler].
Molte volte la croce, è vista con occhi di paura, di rifiuto perché ci ricorda il dolore, le prove, la sconfitta, la malattia, la morte; l'uomo continua ad esorcizzare la croce, l'addolcisce, toglie i segni della violenza perché la croce urta, è scomoda, ferisce.
Noi cristiani siamo chiamati a leggere la croce come una parola d'amore di Dio in Gesù, e vedere in essa l'estremo appello della Misericordia divina per convertirsi alla volontà del Padre. 
Davanti alla croce siamo davanti al difficile equilibrio tra la morte e la vita. Di fronte alla croce siamo di fronte alla vita e al suo significato più pieno.
Tutto però non cancella il dolore. Don Orione c'invita a conoscere la croce come unica nostra speranza, a portarla sul cuore e non sulla pelle o al collo, ma a prostrarci dinanzi ad essa in adorazione.
Per don Orione la devozione più grande è quella per Gesù crocifisso. Lui stesso nella sua stanzetta volle sempre e solo il crocifisso. Gesù è qualificato nella sua identità dalla croce: il racconto della passione è la parte determinante e decisiva, mentre il ministero pubblico è come un antefatto che lo prepara e trova in esso la sua spiegazione.
La croce non obbliga a rinnegare il piacere ma a sottometterlo alla volontà di dio, perché Dio non vuole togliere all'uomo il piacere, ma preservarlo dal dolore e dalla morte, perché dire "Gesù è il Signore", implica una scelta personale, porlo come ragione di vita.
La contraddizione più forte dell'uomo non è l'equilibrio tra la vita e la morte, ma tra il vivere "per il Signore" e il "vivere per se stessi", che è il nuovo nome della morte.
Molte volte le nostre preghiere e le nostre buone azioni sono per salvarci la pelle, facciamo fatica ad accettare di essere mortali. La croce non invita a sentire ma a cambiare la visione dell'uomo e di Dio, per diventare pienamente uomini come Gesù, per scegliere un Dio che rinunzia ad essere, assoluto potere, per mostrarsi come assoluto amore che cresce donandosi.
Ai piedi della croce c'è tutta l'umanità: amici, nemici, curiosi.  Molti uomini non capiscono che optare per il bene infinito o per il male infinito è un'opzione infinita; per questo Gesù chiede perdono per l'uomo, offre la sua compagnia, apre le porte della salvezza.


Il crocifisso è il Libro spalancato della Misericordia di Dio! Il crocifisso ci salva da un'idea di Dio onnipotente e magico, proiezione dei nostri desideri, della nostra immagine che vogliamo mostrare; dall'idea dell'uomo potente che distrugge tutto per affermarsi anche a scapito dell'altro.
Allora il nostro pentimento non è più un senso di colpa, ma scatta davanti all'evidenza del suo Amore.
Don Orione scriveva che il crocifisso è il vero centro d'unione, la nostra ancora, il nostro libro, la nostra scienza, il nostro tutto.
Dio non è più nascosto! Allora la nostra risposta tale amore sarà l'amore, la nostra carità sarà un dolcissimo e folle amore di Dio, degli uomini; è la logica del chicco che muore per dare frutti, solo così saremo persone ed una comunità che porta avanti la sua azione pastorale e scopre il progetto di Dio che ha riservato per ognuno di noi.
Il crocifisso è il grande libro sul quale si sono formati i santi, e sul quale noi pure dobbiamo formarci; tutti gl'insegnamenti contenuti nei Vangeli sono riassunti nel crocifisso.
Per conformarsi a Cristo, per conformare i nostri pensieri, sentimenti, la nostra persona abbiamo bisogno di un continuo e personale rapporto con il cuore di Cristo, perché Lui è la vera sorgente di fiducia e pace, l'unico terapeuta di ogni paura.
Gesù, il crocifisso è risorto! Questa è la speranza viva che la Chiesa offre e i credenti devono annunciare e portare una Grazia che non possiedono, ma sono i primi ad essere beneficiati. Il crocifisso è la speranza vera; in Gesù crocifisso contempliamo, impariamo, ascoltiamo la logica di Dio che ama fino a morire per ogni uomo gratis.