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sabato, aprile 21

La morte non va rimossa

Curi scrive che vi è un legame ineliminabile tra la vita e la morte; in cui “l’atto di morire introduce oltre il limite della morte stessa, nel senso che, alla luce della Pasqua, la morte diviene il transito verso la vera vita, diventa il vero dies natalis”. Imparare a morire “non vuol dire sforzarsi di addomesticare la morte, ma piuttosto recuperare la morte come momento cruciale della vita, come ciò che concorre a definire il senso”.
La De Gregorio scrive: “La scomparsa della vecchiaia è una faccenda etica che dice molto del nostro tempo. Cancellare i segni della vecchiaia, fissare artificialmente sul corpo un eterno presente significa fermare la vita e cancellarne la storia: se non c’è ieri né domani sul viso, finirà per non esserci anche nella mente e nell’anima”.
La morte è anche racconto, non soltanto del dolore, ma anche, scrive Michele Serra, “della vita delle persone morte, dell’amore dato e ricevuto, delle tracce forti e inconfondibili lasciate da ciascun essere umano, delle parole spese, dell’ordine seminato perché attecchisse”.
Il continuo contatto con la morte è lo strumento per conoscere meglio se stesso e sperimentare emozioni e sentimenti poco frequentati e per scoprire il proprio passato.
La malattia mette di fronte alla realtà della vecchiaia, del tempo che passa inesorabile e del venire meno delle certezze sulle quali si fa affidamento. Il sereno atteggiamento di fronte alla malattia fa capire l’importanza del contatto con le persone, dell’ascolto e delle necessità di prendersi cura degli altri. L’uomo se medita sulla morte riesce a compiere un percorso di trasformazione, di purificazione e di elevazione; grazie al contatto con la malattia e con un corpo che sta avviandosi verso la fine e, nello stesso tempo si realizza quello scambio, quel passaggio di affetti e di amore che non lo lasceranno più solo.
Tutto ciò lascia dentro l’uomo la serena gratitudine verso ogni momento dell’esistenza, nell’accettazione della propria condizione, nell’impegno per un lavoro ben fatto e nella cura per le persone che si ritroverà davanti, grato per averle cosciute.
(Rielaborazione di alcuni stralci dell’articolo di Luciano Grandi, in Settimana, p. 14)

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