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GRATUITAMENTE AVETE RICEVUTO, GRATUITAMENTE DATE, (Mt 10,8b). Noi abbiamo solo il presente da vivere e in questo tempo ci giochiamo la nostra vita, la nostra eternità, il nostro destino (E. Olivero)

venerdì, febbraio 3

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Un giorno in un circo viaggiante in Danimarca fosse caduto in preda ad un incendio. Ancora mentre da esso si levavano le fiamme, il direttore mando il clown già abbigliato per la recita a chiamare aiuto nel villaggio vicino, oltretutto anche perché c’era pericolo che il fuoco, propagandosi attraverso i campi da poco mietuti e quindi aridi, s’appiccasse anche al villaggio. Il clown corse affannato al villaggio, supplicando i paesani ad accorrere al circo in fiamme, per dare una mano a spegnere l’incendio. Ma essi presero le grida del pagliaccio unicamente per un astutissimo trucco del mestiere, tendente ad attrarre la più gran quantità possibile di gente alla rappresentazione; per cui lo applaudivano, ridendo sino alle lacrime. Il povero clown aveva più voglia di piangere che di ridere; e tentava inutilmente di scongiurare gli uomini ad andare, spiegando loro che non si trattava affatto d’una finzione, d’un trucco, bensì d’una amara realtà, giacché il circo stava bruciando per davvero. Il suo pianto non faceva altro che intensificare le risate: si trovava che egli recitava la sua parte in maniera stupenda... La commedia continuò così, finche il fuoco s’appiccò realmente al villaggio, ed ogni aiuto giunse troppo tardi: sicché villaggio e circo andarono entrambi distrutti dalle fiamme”.
Il significato di questo racconto e l’immagine che esso riproduce è ancora oggi di grandissima attualità. Tutti coloro, infatti, che oggi (nei diversi stati di vita: sacerdotale, coniugale, laicale), in quanto battezzati, sono chiamati ad annunciare il Vangelo di Cristo vengono inesorabilmente etichettati dal mondo moderno (dal vicino di casa ai colleghi di lavoro ecc.) e allontanati perché considerati “del mestiere”! Così diventa difficile intraprendere un sereno confronto, fatto di reciproco ascolto e rispetto per le diverse posizioni. C’è sempre una sorta di pregiudizio che, da una parte e dall’altra, impedisce ogni ulteriore approfondimento.
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
PER LA CELEBRAZIONE DELLA
XLV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
  1° GENNAIO 2012
Sintesi del messaggio

EDUCARE I GIOVANI ALLA GIUSTIZIA E ALLA PACE
L'inizio di un nuovo anno, dono di Dio all'umanità, mi invita a rivolgere a tutti, con grande fiducia e affetto, uno speciale augurio per questo tempo che ci sta dinanzi, perché sia concretamente segnato dalla giustizia e dalla pace.
Vorrei dunque presentare il Messaggio per la XLV Giornata Mondiale della Pace in una prospettiva educativa: «Educare i giovani alla giustizia e alla pace», nella convinzione che essi, con il loro entusiasmo e la loro spinta ideale, possono offrire una nuova speranza al mondo.
Essere attenti al mondo giovanile, saperlo ascoltare e valorizzare, non è solamente un'opportunità, ma un dovere primario di tutta la società, per la costruzione di un futuro di giustizia e di pace.
La Chiesa guarda ai giovani con speranza, ha fiducia in loro e li incoraggia a ricercare la verità, a difendere il bene comune, ad avere prospettive aperte sul mondo e occhi capaci di vedere «cose nuove» (Is 42,9; 48,6)!

I responsabili dell'educazione
Vorrei rivolgermi anche ai responsabili delle istituzioni che hanno compiti educativi: veglino con grande senso di responsabilità affinché la dignità di ogni persona sia rispettata e valorizzata in ogni circostanza. Abbiano cura che ogni giovane possa scoprire la propria vocazione, accompagnandolo nel far fruttificare i doni che il Signore gli ha accordato. Assicurino alle famiglie che i loro figli possano avere un cammino formativo non in contrasto con la loro coscienza e i loro principi religiosi.
Anche i giovani devono avere il coraggio di vivere prima di tutto essi stessi ciò che chiedono a coloro che li circondano. È una grande responsabilità quella che li riguarda: abbiano la forza di fare un uso buono e consapevole della libertà. Anch'essi sono responsabili della propria educazione e formazione alla giustizia e alla pace!

Educare alla verità e alla libertà
Che cosa desidera l'uomo più fortemente della verità?».
È questa la domanda fondamentale da porsi: chi è l'uomo? L'uomo è un essere che porta nel cuore una sete di infinito, una sete di verità - non parziale, ma capace di spiegare il senso della vita - perché è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Riconoscere allora con gratitudine la vita come dono inestimabile, conduce a scoprire la propria dignità profonda e l'inviolabilità di ogni persona. Perciò, la prima educazione consiste nell'imparare a riconoscere nell'uomo l'immagine del Creatore e, di conseguenza, ad avere un profondo rispetto per ogni essere umano e aiutare gli altri a realizzare una vita conforme a questa altissima dignità.
La libertà è un valore prezioso, ma delicato; può essere fraintesa e usata male.
Per esercitare la sua libertà, l'uomo deve dunque superare l'orizzonte relativistico e conoscere la verità su se stesso e la verità circa il bene e il male. Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce lo chiama ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, ad assumere la responsabilità del bene compiuto e del male commesso. Per questo, l'esercizio della libertà è intimamente connesso alla legge morale naturale, che ha carattere universale, esprime la dignità di ogni persona, pone la base dei suoi diritti e doveri fondamentali, e dunque, in ultima analisi, della convivenza giusta e pacifica fra le persone.

Educare alla giustizia
Non possiamo ignorare che certe correnti della cultura moderna, sostenute da principi economici razionalistici e individualisti, hanno alienato il concetto di giustizia dalle sue radici trascendenti, separandolo dalla carità e dalla solidarietà: «La "città dell'uomo" non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. La carità manifesta sempre anche nelle relazioni umane l'amore di Dio, essa dà valore teologale e salvifico a ogni impegno di giustizia nel mondo».
Educare alla pace
5. «La pace non è la semplice assenza di guerra e non può ridursi ad assicurare l'equilibrio delle forze contrastanti. La pace non si può ottenere sulla terra senza la tutela dei beni delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli, l'assidua pratica della fratellanza».
Ma la pace non è soltanto dono da ricevere, bensì anche opera da costruire. Per essere veramente operatori di pace, dobbiamo educarci alla compassione, alla solidarietà, alla collaborazione, alla fraternità, essere attivi all'interno della comunità e vigili nel destare le coscienze sulle questioni nazionali ed internazionali e sull'importanza di ricercare adeguate modalità di ridistribuzione della ricchezza, di promozione della crescita, di cooperazione allo sviluppo e di risoluzione dei conflitti. «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio», dice Gesù nel discorso della montagna (Mt 5,9).
La pace per tutti nasce dalla giustizia di ciascuno e nessuno può eludere questo impegno essenziale di promuovere la giustizia, secondo le proprie competenze e responsabilità. Invito in particolare i giovani, che hanno sempre viva la tensione verso gli ideali, ad avere la pazienza e la tenacia di ricercare la giustizia e la pace, di coltivare il gusto per ciò che è giusto e vero, anche quando ciò può comportare sacrificio e andare controcorrente.

Alzare gli occhi a Dio
A tutti, in particolare ai giovani, voglio dire con forza: «Non sono le ideologie che salvano il mondo, ma soltanto il volgersi al Dio vivente, che è il nostro creatore, il garante della nostra libertà, il garante di ciò che è veramente buono e vero... il volgersi senza riserve a Dio che è la misura di ciò che è giusto e allo stesso tempo è l'amore eterno. E che cosa mai potrebbe salvarci se non l'amore?». L'amore si compiace della verità, è la forza che rende capaci di impegnarsi per la verità, per la giustizia, per la pace, perché tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (cfr 1 Cor 13,1-13).
Cari giovani, voi siete un dono prezioso per la società. Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non abbandonatevi a false soluzioni, che spesso si presentano come la via più facile per superare i problemi. Non abbiate paura di impegnarvi, di affrontare la fatica e il sacrificio, di scegliere le vie che richiedono fedeltà e costanza, umiltà e dedizione. Vivete con fiducia la vostra giovinezza e quei profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza e di amore vero! Vivete intensamente questa stagione della vita così ricca e piena di entusiasmo.
Siate coscienti di essere voi stessi di esempio e di stimolo per gli adulti, e lo sarete quanto più vi sforzate di superare le ingiustizie e la corruzione, quanto più desiderate un futuro migliore e vi impegnate a costruirlo. Siate consapevoli delle vostre potenzialità e non chiudetevi mai in voi stessi, ma sappiate lavorare per un futuro più luminoso per tutti. Non siete mai soli. La Chiesa ha fiducia in voi, vi segue, vi incoraggia e desidera offrirvi quanto ha di più prezioso: la possibilità di alzare gli occhi a Dio, di incontrare Gesù Cristo, Colui che è la giustizia e la pace.


LA VOCAZIONE: perché e come vivere?

 Per vita intendiamo “giornata tipo”.
Quando dico “vita” intendo riferirmi alle giornate quotidiane: la scuola o il lavoro; le amicizie e il divertimento; i vostri momenti strettamente religiosi nella vostra parrocchia. Cioè i soliti venti di tutti i giorni. Tra questi eventi ci si pone domande del tipo: che cosa farò poi, terminata la scuola? Ciò che sto facendo ha un senso? Queste domande un animale non se le pone, perché vive, ma non sa di vivere. L’uomo non solo le vive, ma sa di vivere. E soprattutto desidera vivere non una vita qualsiasi, ma una vita buona.
 Quando la vita è una buona vita?
La vita è una buona vita quando è vissuta realizzando lo scopo per cui esiste.
E siamo arrivati alla questione decisiva: quale è lo scopo per cui ciascuno  di noi esiste?
La risposta che oggi viene più potentemente diffusa è la seguente: lo scopo è quello che ciascuno decide che sia. In questo senso si parla di «autodeterminazione». Secondo questa visione, quando l’uomo progetta la propria vita – progetto di vita e scopo per cui vivere coincidono – si è consegnati esclusivamente a se stessi. Si è come inchiodati alla propria solitudine: ciascuno vive per se stesso, direbbe S. Paolo. Questa risposta se viene fatta propria è una vera e propria devastazione della vostra umanità.
Perché? Dove sta il pericolo?
Prova a riflettere un momento. A tuo giudizio, la vita di Hitler ha la stessa qualità della vita di Madre Teresa? Eppure ambedue hanno realizzato quel progetto di vita che ciascuno dei due si era dato. E se, come sono sicuro, nessuno compie quell’equiparazione, è perché non sono necessari tanti ragionamenti per capire che il valore della vita non dipende esclusivamente dalla realizzazione del progetto che ciascuno si propone. Ma dipende dalla qualità del progetto stesso.
Quindi?
Se il progetto che dai alla tua vita non è buono, costruita la vita essa crolla nel non senso. Alla fine ti trovi in mano niente. Non è dunque solo un fatto di autodeterminazione.
 Allora chi è l’autore di un progetto buono della propria?
Nessuno di noi è venuto all’esistenza per sua decisione. La vita che vivi non è frutto di una tua decisione: nessuno ti ha chiesto il permesso di farti esistere.
Ma allora sono frutto del caso? Sei il risultato cioè casuale di fattori impersonali?
In questo momento ognuno pensa ai propri genitori. In realtà essi non sono la spiegazione ultima del fatto che TU esisti. Non volevano TE: volevano un bambino/a. Posero le condizioni perché venisse all’esistenza una nuova persona umana, loro figlio. Ma CHI fosse non lo decisero, né poterono deciderlo.
CHI mi ha voluto? e PERCHÉ mi ha voluto chi mi ha voluto?
A questo punto possiamo ascoltare due grandi voci bibliche:
“Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto,
prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;
ti ho stabilito profeta delle nazioni”. Ger 1,5;
“Ma quando Dio, che mi scelse fin
dal seno di mia madre e
mi chiamò con la sua grazia, si compiacque”. Gal 1,15.

La ragione del tuo esserci è che Dio medesimo ti ha pensato, ti ha voluto. In una parola: ti ha creato. Poiché Egli agisce sempre con sapienza, ti ha voluto avendo su di te un progetto. Dunque, il progetto della vita non deve essere inventato, ma più semplicemente scoperto. Questa è la vera chiave che apre la porta della felicità: vivere secondo questo progetto. «E perché affannarsi tanto, quando è così semplice obbedire?» [P. Claudel, L’annuncio a Maria].
È Dio che sceglie la persona umana e non la persona umana che sceglie Dio.
Per concludere…
Una certezza: nessuno di noi esiste per caso. Ciascuno dica nel suo cuore: “Dio ha su di me un progetto. Non posso, non devo deluderlo”. In altri termini: ciascuno è stato chiamato; è una vocazione. E’ questa consapevolezza verso Dio che la mia vita, capiti qualunque cosa, ha un senso; merita di essere vissuta; è qualcosa di grande e di bello agli occhi del Signore. (Se vuoi)


giovedì, febbraio 2

La vocazione dell'uomo è il sogno di Dio


La vocazione è il sogno di Dio sull'uomo.
La tua risposta alla sua chiamata pian piano ti modella:
il sogno diventa realtà.


La vocazione si scopre un pò alla volta fino all'ultimo giorno di vita e, mentre si svela, tu scopri che essa allarga enormente gli spazi della tua realizzazione.



E' la rivelazione del tuo mistero.
L'esistenza è un bene ricevuto che non può non divenire bene donato.

La vocazione, pensiero luminoso che il Padre tuo ha su di te, sorge prima del sole!

Ogni vocazione è mattutina, è la risposta di ciascun mattino ad un appello nuovo ogni giorno;
è la luce del volto di Dio che risplende sul tuo volto.
(A. Cencini)

martedì, gennaio 31

Che cristiano sei?

Secondo un certo luogo comune… “i cristiani sono coloro che vanno a Messa”.
Sembra una affermazione giusta  e invece rivela un certo sfasamento: i cristiani furono chiamati così perché erano discepoli di Gesù, cioè seguivano le sue orme e non certo perché celebravano alcuni riti. Comunque per adesso lasciamo stare. I cristiani vanno a Messa, e fanno benissimo, perché nel gesto dello spezzare il pane, continuano ad incontrare e riconoscere Gesù risorto. Però, sembra che la forza del Sacramento agisce per efficacia propria e non tanto per il modo in cui noi lo celebriamo.
Ciò che ho affermato merita una spiegazione.
Perché i cristiani vanno a Messa?
Questa domanda sul perché è fondamentale dal momento che solo le motivazioni importanti possono prevalere su abitudini e tradizioni che oramai vanno controcorrente. Allora, quali sono queste motivazioni? Vediamo.
I cristiani che vanno a Messa per obbligo...
Tanti vanno a Messa per obbedire a un precetto, per non fare peccato. Certo, è triste che qualcuno vada incontro a Gesù Amico, Maestro e Signore, solo perché obbligati! Però per molti è così: partono da casa con questa sensazione. Alcuni adottano un certo Fair play. Non cantano, a volte non rispondono nemmeno, non fanno la comunione, ma stanno lì buoni buoni. Ci sono però quelli che rompono: arrivano tardi e partono presto e ricevono la benedizione sulla schiena, perché al “Vi benedica Dio Onnipotente…” già sono in fuga verso la porta. Per questo primo gruppo di cristiani celebrare la Messa in latino, in greco, in cinese, rivolti verso la parete di fondo… è la stessa cosa. Basta che non sia lunga.
I cristiani che vanno a Messa per bisogno.
Altri cristiani, tantissimi, stanno a messa per soddisfare il loro bisogno di religiosità non propriamente cristiana. Sono come i pagani. Credono in “Qualcuno” che può decidere della loro vita con premi e castighi e cercano di tenerlo buono. A questo scopo, i pagani offrivano vitelli e agnelli. Essi offrono la Messa, che, oltre tutto, costa anche di meno. Questa categoria comprende una sottocategoria che si differenzia per il fine del sacrificio: coloro che “prendono” la Messa non per se ma per i defunti. Sono quelli che cercano il prete per “segnare una Messa”; quelli del: “Quanto costa una Messa?”; quelli che non gli importa di pagarla di più a patto che il nome del caro estinto sia pronunciato forte e chiaro. Anche per questa categoria e sottocategoria, la Messa può essere celebrata sia a dritto che a rovescio. Per loro è la stessa cosa. Questi cristiani, come quelli della categoria precedente, anche se si abbuffano di Messe, non sono in grado di evangelizzare nessuno. Sono essi che hanno bisogno di evangelizzazione. Questi cristiani sono in veloce calo, sia perché la morte arriva comunque, sia perché il peccato e la paura dei castighi preoccupano sempre meno, sia perché aumenta la convinzione che, Messa o non Messa, le disgrazie capitano lo stesso. E allora tanto vale ricorrere a qualche assicurazione che costa di più, ma offre garanzie più immediate.

I cristiani del Pane Spezzato.

Ci sono poi, meno male, anche coloro che stanno a Messa “come si deve”. Forse
non sono tantissimi, ma in continuo aumento. Costoro stanno a Messa per riattizzare il fuoco del cuore inevitabilmente affievolito dalla cenere della settimana. Sono pronti per tornare di corsa a Gerusalemme e da lì disperdersi per il paese a diffondere la parola di Dio. Costoro meritano un’Eucarestia capace di ricaricare la loro fede e di renderli annunciatori nel mondo di oggi.
(T. Lasconi, Strada facendo, Paoline, Milano 1999)






lunedì, gennaio 30

PENSIERI DI SIMONA ATZORI



Il 18 giugno 1974 vengo al mondo e i miei si tengono per mano mentre decidono non di "accettarmi" ma di accogliermi con gioia infinita.
Alle persone vorrei dire di non arrendersi alle prime difficoltà, di non scoraggiarsi mai perchè, anche se ti manca qualcosa, puoi comunque essere felice.
Nella vita bisogna guardare quello che c'è, non lamentarsi per ciò che non abbiamo. Qualcosa tanto manca a tutti, anche a chi ha braccia e gambe in regola: l'esteriorità si nota prima, ma se il vuoto è interiore il dolore è più straziante, più limitante di due arti rimasti in cielo.
Ringrazio il Signore non per la vita in generale, ma per avermi disegnata esattamente così. Il mio grazie quotidiano è cercare di rendere questa mia vita un capolavoro, come lui ha voluto che fosse.
Non è questo che conta, non certo due braccia o due occhi, e spesso proprio nella caduta si scopre il senso della vita. Per molti questo è incomprensibile, perchè guardano l'avere e il fare anzichè l'essere.
Se fossi nata con le braccia, tu (giornalista) ora non staresti parlando con me, ma con un'altra persona. E io amo Simona.

domenica, gennaio 29

Io dono a Te

Beata Vergine di Lourdes

Beata Vergine di Lourdes Ti ringraziamo perchè sei venuta a farci visita. Guarda con occhio materno ciascuno di noi, che con tanta fiducia Ti supplica, sicuro che chiunque a te si rivolge non resta deluso.
Mettiamo nelle Tue mani il desiderio di essere, nella vita di tutti i giorni, onesti e retti, decisi ad assolvere nel migliore dei modi i doveri che il Signore ci ha affidato.
Mantienici il cuore buono nei confronti del prossimo, per essere "provvidenza" per i fratelli vicini e lontani in difficoltà. A te affidiamo il nostro cammino di fede: custodisci in noi la decisione di porre gesti religiosi concreti, come la preghiera quotidiana, la partecipazione nel giorno del Signore alla Celebrazione Eucaristica, un certo interesse per l'approfondimento della nostra fede.
Vergine di Lourdes Ti chiediamo ancora di vegliare sulle nostre persone care, di mantenere nelle nostre famiglie il rispetto reciproco, il desiderio della fedeltà, del servizio gratuito, il senso religioso.
Infine Ti supplichiamo per la Chiesa: sostieni e benedici il nostro Santo Padre .........................., la nostra Diocesi, i nostri Sacerdoti, i nostri religiosi e le nostre parrocchie.
Suscita nel cuore dei giovani generosità, interesse per la Parola del Tuo Figlio, affiatamento con l'Eucaristia, affinchè qualcuno possa maturare la decisione di servire il Signore a tempo pieno nella Chiesa. Amen

Per le vocazioni



O Spirito di verità,
che sei venuto a noi nella pentecoste
per formarci alla scuola del Verbo Divino,
adempi in noi la missione
per la quale il Figlio ti ha mandato.
Riempi di te ogni cuore
e suscita in tanti giovani
l'anelito a ciò che è autenticamente grande
e bello nella vita,
il desiderio della perfezione evangelica,
la passione per la salvezza delle anime.
Sostieni gli "operai della messe"
e dona spirituale fecondità
ai loro sforzi nel cammino del bene.
Rendi i nostri cuori
completamente liberi e puri,
e aiutaci a vivere con pienezza
la sequela di Cristo,
per gustare come tuo dono ultimo
la gioia che non avrà mai fine. Amen!
(Giovanni Paolo II)

Dacci o Maria


Dacci; o Maria, un animo grande, un cuore grande e magnanimo, che arrivi a tutti i dolori e a tutte le lacrime!
Fa che tutta la nostra vita sia sacra a dare Cristo al popolo, il popolo alla Chiesa di Cristo; arda essa e splenda di Cristo, e in Cristo si consumi in una luminosa evangelizzazione dei poveri; la nostra vita e la nostra morte siano un cantico dolcissimo di carità, e un olocausto al signore.
E poi... e poi il santo Paradiso! Vicino a Te, Maria: sempre con Gesù, sempre con Te, seduti ai tuoi piedi, o Madre nostra, in Paradiso, in Paradiso! (Don Orione Lett. II, pag. 479s)

Mc 1, 21-28

C'era un cavaliere prese una decisione. Disse al guardiaboschi che ogni giorno gli portava da mangiare di portargli il miglior pittore del paese.
Dopo qualche giorno gli portò maestro Pennellino. Quando lo vide il cavliere lanciò uno sguardo sfiduciato perchè era giovane e temeva di non riuscire nel lavoro che aveva da proporgli.
Ma maestro Pennellino infastidito e offeso disse: "Ho studiato tutte le forme delle persone e degli oggetti, conosco come si mescolano i colori. Non so cosa non so dipingere!". Il cavaliere disse: "Vedremo".
Lo portò in un corridoio metà al buio e metà alla luce e gli chiese di dipengere al centro sant'Antonio Eremita e su un lato un angelo e sull'altro il diavolo, ma stando attento a non dipingere delle maschere da carnevale con le corna o con le ali, perchè voleva dei volti che esprimevano la realtà.
Pennellino si mise subito al lavoro e iniziò a dipingere sant'Antonio. Dopo un pò arrivò il cavaliere, guardò il volto del santo e disse: "Non è proprio un santo ma può andare" e se ne andò. Pennellino taceva nella sua convinzione di essere molto bravo.
Il giorno dopo si mise a dipingere l'angelo. Alla sera venne il cavaliere ad ispezionare e quando vide l'angelo disse: "Vi ho detto che volevo un angelo sul muro. Questa signorina va bene come modello in una sartoria". Pennellino s'arrabbiò ma il cavaliere se ne andò senza rispondere.
Per un bel pò maestro Pennellino rimase con la rabbia e si mise a studiare il dipinto per cercare di migliorarlo, ma passavano i giorni e non trovava una soluzione. Col passare del tempo però Pennellino ammise che il cavaliere aveva ragione, perchè un angelo doveva irradiare bontà, verità, bellezza. Studiava e dipingeva ma c'era sempre qualcosa che non gli piaceva.
Tornò il cavaliere e vedendo che l'angelo non era concluso gli disse d'iniziare a dipingere il diavolo. Pennellino s'arrabbiò moltissimo ma dovette riconoscere che il cavaliere aveva ragione. Dipinse il diavolo con soddisfazione perchè secondo lui faceva davvero paura. Quando il cavaliere vide il dipinto si mise a ridere, e andando via disse: "Ricordatevelo che chi vuole dipingere il diavolo deve sapere cos'è il male".
Maestro Pennellino rifece il diavolo più volte e pensava che ora avrebbe soddisfatto il cavaliere. Quando questi lo vide ne rise, ne fu contento perchè il diavolo sembrava un assassino, ma soprattutto uno sfortunato e quindi avrebbe incontrato la misericordia di Dio, non poteva essere un angelo.
Pennellino era allo stremo delle forze e avrebbe gettato la spugna, ma il cavliere gli propose, visto che non era in grado di dipingere un diavolo, di dipingere l'angelo ma identico a prima.
Ricominciò dunque a dipingere l'angelo e con inquietudine e ripugnanza si mise a copiare il quadro di prima. Tratto dopo tratto, colore dopo colore, lavorava maledicendo il giorno in cui aveva accettato questo lavoro al castello, maledicendo il cavaliere e i suoi giudizi detestabili. Presto il quadro fu pronto.
Il secondo angelo somigliava perfettamente al primo. Eppure non era lo stesso. Maestro Pennellino rimase esterrefatto. «Dio mio, ma questo non è un angelo, è un diavolo!»
Quando venne, il vecchio cavaliere approvò chinando la testa. «Questo è davvero il diavolo!» «Ma io volevo dipingere un angelo!» «Appunto. La vera malizia non è una mascherata e non è neppure la debolezza e la miseria. La malizia è la bellezza che si cerca con odio e con avversione. Come avete fatto voi stavolta, detestandomi. Imparate ad amare e dipingerete un angelo».
(T.SPIDLÍK, Il Professor Ulipispirus e altre storie, Lipa, Roma 1997, pp. 29-32)
Gesù insegnava con autorità perchè annuncia e fa accadere ciò che annuncia, perchè si misura con i problemi dell'uomo, e il primo problema è l'uomo posseduto, non libero.
Noi oggi siamo chiamati ad essere autorevoli, cioè diventare ciò che si predica.
Gesù dice taci ed esci ai nostri idoli, ai padroni del nostro cuore perchè esca l'uomo libero e amante della vita, solo quest'uomo è segno della creazione di Dio.

Oggi sia come Chiesa, Popolo di Dio, ma soprattutto come individui siamo chiamati a farci un vero esame di coscienza:
- Da cosa sono posseduto?
- Come Gesù, mi oppongo al male?
- Porto aria di libertà e di liberazione a me stesso e all'uomo che incontro?
- Molti dicono "Gesù sì, Chiesa no!". Questo attacco/provocazione diventa per me stesso un momento di verifica in cui valuto perchè sia la Chiesa ma pure me stesso non si è più credibili?
- Ho un messaggio da annunciare che crea stupore, che pone delle domande, che fa arrabbiare le forze reali del male?

Perchè chi segue Gesù può solo generare amore e provoca a guarire.